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Bolli, sempre bolli, fortissimamente bolli La guerra infinita alla burocrazia

Data: 03 ott 2016

Recensione di Lauro Mattalucci

Bolli, sempre bolli, fortissimamente bolli è l'aforisma che Marcello Marchesi coniò a suo tempo per stigmatizzare il comportamento della burocrazia parafrasando la celebre autobiografica dichiarazione di Vittorio Alfieri, Volli, sempre volli, fortissimamente volli. G.A. Stella ha voluto scegliere lo stesso aforisma per dare il titolo a questo suo gustoso e provocatorio saggio: una denuncia ai mali della burocrazia italiana, scritta in uno stile giornalistico, scorrevole e divertente, il cui intento si può ben riassumere nel motto latino castigat ridendo mores. Una serie di episodi narrati in modo circostanziato delineano un mondo - quello della burocrazia - così contorto e paradossale da suscitare amara ilarità. Un paio di esempi saranno qui sufficienti.
Nell'aprile 2013 una Asl nel Savonese ha cominciato a distribuire agli anziani, assieme ai pannoloni, dei moduli che ogni incontinente doveva compilare annotando la data e l'ora di "indossaggio" del pannolone, la marca e la taglia del prodotto, il peso del prodotto asciutto, il peso del prodotto bagnato e la situazione in cui aveva espletato le funzione corporea: a) Era seduto; b) Era allettato; c) Camminava.

Nella primavera 2014, a Como, a casa di una signora arriva una lettera da parte di un dirigente del ministero della Salute. È la risposta ad un esposto che la signora, che denunziava di aver subito un’ingiustizia sul lavoro, presentò l’8 febbraio 1983 (31 anni prima!). La lettera precisa che "lo scrivente Dicastero, considerato il notevole lasso di tempo trascorso dalla proposizione dell'impugnativa, ha la necessità di conoscere se siano intervenuti atti e/o fatti che abbiano determinato la cessazione della materia del contendere". Segue ovviamente la richiesta di una risposta tempestiva, entro 60 giorni.
Ritroviamo inoltre nel libro - in coerenza con un ben noto topos narrativo satirico - la messa alla berlina del "burocratese", un linguaggio ermetico che solo gli addetti (forse) conoscono. Alcuni esempi? “Elasso” (che sta per trascorso), “cerziorare” (rendere certo), “popolazioni murine”(topi), “attergare” (scrivere dietro), “stazionamento per auto pubbliche a trazione ippica” (parcheggio per carrozzelle), “anomalia altimetrica convessa della strada” (dosso).

Ci sarebbe dunque da trarre dalla lettura del libro di Stella occasioni di ilarità, se l'autore non si affrettasse contestualmente a sviluppare un discorso che ricorda al lettore come il debole sviluppo della produttività nel nostro paese rispetto agli andamenti medi dei partner europei abbia tra le cause la scarsa efficienza ed efficacia del funzionamento della macchina amministrativa: ristagna la attitudine a favorire l'innovazione e la capacità di costruire quei rapporti di fiducia tra le varie componenti del tessuto sociale senza i quali è difficile avere sviluppo.

Va anche detto tuttavia che l'affresco sulla natura della burocrazia tracciato dall'autore non riguarda solo il nostro paese. Non vengono infatti taciute velenose citazioni sui burocrati che riguardano il passato e le altre nazioni; cosa che non sorprende vista la pervasività delle critiche rivolte da sempre alla burocrazia non solo negli studi organizzativi, economici e politologici, ma anche in campo letterario (basta pensare a Franz Kafka) 1. Il senso che la lotta contro le derive formalistiche della burocrazia costituisca una lotta impari è quanto emerge dalla lettura del cap. 6 "Dai bagni ai carciofi; decide tutto la UE". Significativa al riguardo è l'esternazione che già negli anni '80 ebbe a pronunciare Franz Joseph Strauss: "I Dieci Comandamenti contengono 279 parole, la Dichiarazione di indipendenza americana 300 e le disposizioni della Comunità europea sull'importazione di caramelle 25.911!"

Si sarebbe allora portati a pensare che la burocrazia, con la sua ossessione per i formalismi e con il suo linguaggio per iniziati, sia un fatto universale, una sorta di deriva negativa che sempre si paga al primato della certezza delle norme; norme che cessano di essere un mezzo per ottenere il buon governo ed il bene comune, per diventare fine a se stesso, sancendo - rispetto ai risultati - il primato dell'adempimento formale. La peculiarità non certo positiva del "caso italiano" è messa in rilievo nel testo da indici di confronto a livello europeo. Citiamone alcuni. Per un permesso edilizio, secondo le statistiche della Cgia di Mestre, in Italia ci vogliono, mediamente, 234 giorni contro i 184 della Francia, i 143 della media Ocse, i 97 della Germania. In quanto ad ore spese per le faccende burocratiche ogni italiano impiega in media 269 ore l’anno: 37 ore più della Germania, 69 più della Romania, 76 più della Grecia, 102 più della Spagna, 137 più della Francia, 146 più dell’Olanda, 159 più della Gran Bretagna, 176 più della Finlandia, 206 più della Svizzera. Ma ciò che sembra connotare maggiormente la realtà italiana sono le tante promesse e le altrettante sconfitte che si sono registrate nelle tante dichiarazioni di guerra alla burocrazia che si sono registrate nel corso degli ultimi decenni : i tanti fallimenti sono riassunti nel capitolo finale del libro evocativamente intitolato "Già il Duce disse: ci penso io!". Il quadro che emerge è talmente desolante da far ritenere inevitabile doversi rassegnare al "teorema del cambiamento impossibile", i cui lemmi di partenza sono: a) la presenza di una burocrazia che mira esclusivamente a preservare i (piccoli o grandi) interessi di casta; b) una classe politica più attenta al consenso  che alla razionalizzazione ed al recupero di efficienza, incapace dunque di impegnarsi a fondo in un progetto di cambiamento che ha necessariamente tempi lunghi e che si scontra con interessi di gruppi e camarille che non si vogliono più di tanto eliminare.

Se c'è qualcosa che lascia perplessi nel libro di Stella è proprio il fatto che, passata la ilarità che emerge da una connotazione dei problemi di funzionamento della PA che pare mutuata dal teatro dell'assurdo, rimane di fronte al lettore un quadro a tinte così fosche da non lasciare spazio ad altro che alla rassegnazione. Eppure tutti sanno che sono molti i funzionari della PA che hanno competenze e motivazioni per agire nell'interesse collettivo per garantire migliori servizi e per attuare progetti di innovazione. Nel testo di Stella vengono menzionati (Nel Cap. 12, intitolato "Eppure c'è chi dice no") solo casi "eroici" di funzionari che riescono ad opporsi al potere malavitoso ed alla mala politica. Ma le buone pratiche non sono poi un fenomeno così isolato, specie nelle realtà delle amministrazioni territoriali. I temi delle smart city e dell'utilizzo delle piattaforma collaborative, ad es., non sono solo temi di cui si parla nei convegni del Forum PA: tante realizzazioni hanno il segno delle "buone pratiche". Anche il bilancio su temi citati in negativo nel testo, come ad es. l'attivazione dei SUAP, meriterebbe una indagine più approfondita, capace  di mettere in evidenza luci ed ombre.
L'insuccesso di tanti progetti di riforma della PA, sbandierati come la "volta buona" e poi seguiti da sostanziali insuccessi, ci dicono che il cambiamento non può avvenire solo per editto. Forse ragionare su casi di positiva implementazione del cambiamento può aiutare a delineare prospettive più realistiche su come contraddire, nelle varie realtà in cui si articola la PA, l'assioma - frequentissimamente ripetuto - della impossibilità del cambiamento.

 

1 Si veda sul portale Marcoaurelio l'articolo "Abbattere la burocrazia: progetto o utopia?"


Autore: Gian Antonio Stella

Editore: Feltrinelli, Milano, 2014, riproposto nella collana ''Universale economica'', Aprile 2016, 192 pagine

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