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Commissione: donne ai vertici – infrangere il tetto di cristallo

Un anno fa la Commissaria europea per la Giustizia, Viviane Reding, chiedeva misure di autoregolamentazione credibili per portare più donne alla guida delle imprese europee. In una relazione pubblicata dalla Commissione europea mostra gli scarsi risultati fin qui ottenuti: la presenza delle donne ai vertici delle principali società europee è di appena il 13,7% (un consigliere su sette). Sebbene il risultato sia lievemente migliore rispetto all’11,8% del 2010, di questo passo ci vorranno ancora 40 anni per raggiungere un equilibrio di genere accettabile (entrambi i sessi rappresentati per almeno il 40%).
I dati attualmente disponibili mostrano che l’equilibrio di genere ai vertici aziendali incide positivamente sulle prestazioni delle imprese, sulla competitività e sui profitti. In uno studio della McKinsey si legge ad esempio che le società con rappresentanza paritaria realizzano profitti del 56% superiori rispetto a quelle a conduzione unicamente maschile. Un’analisi condotta da Ernst & Young sulle 290 principali società quotate in borsa mostra che le imprese con almeno una donna nel consiglio di amministrazione realizzano utili decisamente più elevati rispetto a quelle in cui le donne sono del tutto assenti dai vertici aziendali.
Per individuare le misure in grado di ridurre il divario di genere tuttora esistente ai vertici delle società europee, la Commissione ha avviato una consultazione pubblica sui possibili interventi a livello dell’Unione, tra cui misure legislative, che permettano di riequilibrare la rappresentanza uomo-donna nei consigli di amministrazione. Sulla scorta dei pareri raccolti con la consultazione, che scade il 28 maggio 2012, la Commissione deciderà come intervenire nel corso dell’anno.
La relazione sull’equilibrio di genere nei consigli di amministrazione fa il punto della situazione ad un anno dall’appello della Commissaria Viviane Reding: invitando a sottoscrivere, su base volontaria, un impegno formale per più donne alla guida delle imprese europee, un anno fa la Commissaria chiedeva infatti alle società europee quotate in borsa di impegnarsi a portare le quote rosa nei consigli di amministrazione al 30% entro il 2015 e al 40% entro il 2020. Negli ultimi dodici mesi hanno però aderito all’iniziativa appena 24 società in tutta Europa.
“Un anno fa ho chiesto alle imprese di aumentare volontariamente la presenza delle donne nei consigli di amministrazione. Il mio appello, sostenuto dal Parlamento europeo, è stato trasmesso alle organizzazioni professionali dai ministeri del lavoro, degli affari sociali e delle pari opportunità di molti Stati membri. Constato però con rammarico che l’autoregolamentazione non ha dato finora grandi risultati”, ha affermato Viviane Reding, Vicepresidente della Commissione europea e Commissaria europea per la Giustizia. “La scarsa presenza delle donne ai vertici aziendali impedisce all’Europa di essere competitiva e di crescere economicamente. Per questo motivo diversi Stati membri, tra cui Belgio, Francia, Italia, Paesi Bassi e Spagna, cominciano a porsi il problema introducendo leggi sulle quote rosa nei consigli di amministrazione. In Danimarca, Finlandia, Grecia, Austria e Slovenia sono state adottate norme sulla parità di genere negli organi di governo delle società statali. Le quote rosa non suscitano il mio entusiasmo, ma i risultati mi piacciono. Non dobbiamo però dimenticare che le imprese che operano in più Stati membri nel mercato interno dovranno di volta in volta adeguarsi a diverse normative nazionali sulle quote rosa se vogliono partecipare agli appalti pubblici. È per questo motivo che il programma di lavoro della Commissione per il 2012 prevede un iniziativa per far fronte al problema. Oggi invito il pubblico – singole aziende, parti sociali, ONG interessate e cittadini – a esprimersi sulle misure che l’Unione dovrebbe adottare per equilibrare la presenza uomo-donna nei consigli di amministrazione. È ora di infrangere quel soffitto di cristallo che in Europa continua ad ostacolare l’ascesa di donne di talento ai vertici delle società quotate in borsa. Il mio impegno per il cambiamento si costruirà a stretto contatto con il Parlamento europeo e con tutti gli Stati membri”.
Nel 2011 l’equilibrio di genere negli organi di governo delle imprese europee ha registrato il miglior risultato degli ultimi anni (+ 1,9 punti percentuali da ottobre 2010 a gennaio 2012, contro un aumento di lungo periodo di 0,6 punti percentuali l’anno nell’ultimo decennio), un aumento dovuto alle sollecitazioni della Commissione e del Parlamento europeo e alle iniziative legislative degli Stati membri. La Francia, che nel 2011 ha introdotto una legge sull’equilibrio di genere nei consigli di amministrazione, incide da sola su circa la metà dell’aumento nell’Unione. Nell’insieme però il cambiamento va molto a rilento. Nelle principali società, il numero di donne che presiedono consigli di amministrazione è addirittura diminuito, passando dal 3,4% del 2010 al 3,2% di gennaio 2012.
In Europa l’opinione pubblica è chiaramente a favore di un cambiamento di rotta: secondo un nuovo Eurobarometro (vedi allegato) l’88% degli europei ritiene che, a parità di competenze, le donne debbano avere pari rappresentanza ai vertici aziendali. Il 76% degli interpellati è del parere che le donne abbiano le competenze necessarie mentre il 75% è d’accordo ad introdurre leggi sulla parità di genere nei consigli di amministrazione, leggi il cui rispetto, per una maggioranza relativa (49%), andrebbe assicurato con sanzioni pecuniarie (vedi allegato).
La relazione pubblicata dalla Commissione sottolinea che, nonostante i progressi degli ultimi anni registrati soprattutto nei paesi che hanno introdotto le quote rosa, le cose vanno molto a rilento. I risultati differiscono inoltre notevolmente tra i paesi: la presenza femminile nei consigli di amministrazione, che raggiunge il 27% nelle maggiori aziende finlandesi e il 26% in quelle lettoni, non va oltre il 3% a Malta e il 4% a Cipro.




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