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Corte dei Conti. Nessuna valutazione senza verifica e misurazione dei risultati conseguiti

Data: 15 mag 2018


La Corte dei Conti, Sezione giurisdizionale per il Lazio, con la sentenza n. 71/2018, affronta un tema che, dispiace doverlo riconoscere, è ricorrente. La questione presa in esame riguarda il processo valutativo, con particolare riferimento alla modalità di riconoscimento della retribuzione di risultato.

Il caso esaminato riguarda la censura nei confronti di un Direttore Generale di una ASL romana, a cui viene contestato di avere assegnato gli obiettivi, senza però stabilire gli indicatori per la valutazione, né tantomeno le percentuali di raggiungimento degli obiettivi stessi.

La Procura, in particolare, contesta l’illegittimità dell’operato nel riconoscimento del raggiungimento dei risultati e della liquidazione dell'integrazione retributiva, in quanto ciò sarebbe avvenuto secondo modalità autoreferenziali senza basarsi su riscontri effettivi, non avendo definito né la percentuale di raggiungimento degli obiettivi medesimi, né i relativi indicatori.

Per questa ragione, a giudizio della Corte, si configura una ipotesi di danno erariale.

La corresponsione della retribuzione di risultato, si legge nella sentenza, è subordinata alla verifica del raggiungimento degli obiettivi prefissati, quindi, alla sussistenza di determinati presupposti, non altrimenti surrogabili quali: 1) l'assegnazione ex ante, anno per anno, di specifici obiettivi da raggiungere; 2) l'accertamento ex post dei risultati di gestione ottenuti; 3) la fissazione di parametri per la misurazione dei risultati medesimi.

Tale impostazione deriva dall’attuale quadro normativo di riferimento che impone una "misurazione dell'azione amministrativa", basata sulla "costruzione di obiettivi", alla luce di un sistema di indicatori di attività" e di "valutazione dei risultati della gestione".

Un tale meccanismo per l'attribuzione degli emolumenti accessori, quale il trattamento premiante in contestazione, risulta, inoltre, indispensabile anche sul piano dei principi generali e risponde al principio di buon andamento previsto dall’articolo 97 della Costituzione. Tale principio, in particolare, si riferisce alla valutazione complessiva dell’attività amministrativa ed è stato oggetto di un’interpretazione normativa volta a enfatizzarne la valenza di strumento destinato a migliorare il rendimento dell’apparato pubblico.

Il principio, prosegue la sentenza, si riflette nei criteri di efficacia ed economicità menzionati dall’art. 1 della legge n. 241 del 1990 che a giudizio dei magistrati contabili sono “criteri funzionali di matrice economico-aziendalistica, normalmente adottati per la gestione delle attività private” che tuttavia, essendo ispirati a ragioni di efficientismo, non sono appannaggio esclusivo delle attività di interesse privato e individuale volte alla massimizzazione del profitto. Tali canoni entrano a pieno titolo anche nel circuito della razionalità dell’agire amministrativo. L’obiettivo è quello della massimizzazione dell’utile amministrativo, attraverso il miglioramento della performance degli apparati.

Sorprende questa netta distinzione tra pubblico e privato e la convinzione che l’economicità sia legata al “profitto”, tanto da doverne giustificare l’applicazione nel contesto pubblico. In verità il testo della disposizione costituzionale è esplicitamente rivolto alle pubbliche amministrazioni e fa bene la Corte a enfatizzarne l’applicazione, a dimostrazione che vi sono ancora ambiti che si ritengono esclusi dall’applicazione dei principi di “buona amministrazione”.

La decisione che prendiamo in esame è interessante anche per altre affermazioni che riporto di seguito. “Nelle scienze economico-aziendalistiche, le nozioni di economicità e di efficacia vengono impiegate in relazione all’uso delle risorse disponibili, al fine di stabilire le modalità più convenienti di impiego. Le due nozioni, quindi, confluiscono nella nozione più generale di “efficienza produttiva” di un sistema aziendale. Nella prospettiva propria dell’economia del benessere, la condizione di efficienza complessiva di un sistema globalmente considerato di attività produttive e di scambio si definisce allocazione ottimale delle risorse, in grado di realizzare la massimizzazione del benessere collettivo (c.d. efficienza paretiana).

Il riferimento a Vilfredo Pareto e alla sua teoria su “l’ottimo” da perseguire al punto che ogni modifica che generi un vantaggio per alcuno, si traduca in un danno per qualcun altro, pur sembrando originale, nel corpo della sentenza, può trovare, comunque, una interessante giustificazione perché induce a considerare la Pubblica Amministrazione, non come sistema perfetto (l’ottimo paretiano), ma come sistema integrato (più vicino alla visione di Simon) all’interno della quale, comunque, un vantaggio a favore di qualcuno, se è ingiustificato, si traduce per un danno per la collettività.

La sentenza prosegue, inoltre, affermando che “in questa prospettiva, economicità, efficacia ed efficienza (ovvero, le “3 E” nella “vulgata” di stampo economico-aziendalistico) si integrano tra di loro nel definire i nessi esistenti tra obiettivi predefiniti e perseguiti, risultati attesi e realizzati e risorse (umane, finanziarie e materiali) acquisite e impiegate. Ognuna delle “3 E” riguarda specificamente una modalità relazionale e richiede quindi di essere considerata singolarmente. Anche se tutte convergono verso lo stesso fine: la valutazione complessiva circa l’impiego razionale delle risorse e l’utilità di una determinata azione (o pluralità coordinata di esse). Questa valutazione si sostanzia in un giudizio circa l’adeguatezza dell’azione amministrativa rispetto alla finalità della massimizzazione della convenienza dell’azione stessa, mediante la verifica dei suoi costi, rendimenti e risultati.

In definitiva, dunque, i criteri di efficienza, efficacia ed economicità, nella loro integrazione, impongono, la "misurazione dell'azione amministrativa", basata sull’assegnazione di specifici obiettivi da raggiungere, sull'accertamento ex post dei risultati di gestione effettivamente ottenuti sulla base di parametri prestabiliti per la misurazione dei risultati stessi.

Nel caso in esame, invece, Il compenso accessorio è stato attribuito, nella sostanza, in via automatica, senza alcun riscontro oggettivo della produttività e meritevolezza dei beneficiari, ovvero in palese assenza dei requisiti di legge.

 

Santo Fabiano



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