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Cos'è la conoscenza tacita?

Data: 21 nov 2013

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21 novembre 2013

Con l'espressione "conoscenza tacita" si intende il sapere posseduto da una persona, che nasce dalla esperienza, ma che è difficile da verbalizzare e quindi trasferire ad altri, se non attraverso esperienze congiunte. Molti esempi possono essere fatti per chiarire cosa sia la conoscenza tacita: un esempio in campo sportivo è la specifica esperienza che gli sciatori chiamano "far correre gli sci", espressione che, se intesa in senso letterale, non dice nulla al profano, ma significa molto per i bravi sciatori. Solo la pratica condivisa demarca la misura in cui tale conoscenza può diffondersi.
La conoscenza tacita si contrappone alla "conoscenza esplicita", vale a dire la conoscenza che è stata o può essere articolata, codificata, e registrata (facendo anche ricorso alle opportune tecnologie); come tale essa può essere facilmente trasmessa ad altri.

Il termine "conoscenza tacita" (in inglese Tacit Knowledge) è diventato popolare con il successo a livello mondiale di un testo scritto da due studiosi e consulenti giapponesi, Nonaka e Takeuchi, intitolato The Knowledge Creating Company (1995), testo che è stato redatto con l'intento di mettere in evidenza le complesse dinamiche sociali che stanno alla base della creazione e della circolazione della conoscenza nelle organizzazioni 1. Essi considerano la conoscenza tacita come la vera fonte di innovazione e attribuiscono ad essa un valore strategico per le organizzazioni.
I percorsi generativi di conoscenza sono ricondotti dai due autori a processi dinamici di combinazione / conversione di conoscenza tacita e conoscenza esplicita che possono aver luogo nelle organizzazioni. Essi chiamano "esternalizzazione" la conversione di conoscenza tacita che appartiene alle persone in conoscenza esplicita che viene così messa a disposizione dell'organizzazione: é una "conversione" particolarmente complessa, non riconducibile a forme codificabili una volta per tutte, ma che avviene con il verificarsi di forme di interazione sociale che consentono di creare, attraverso opportune forme comunicative, esperienze condivise.
Grazie al contributo di Nonaka e Takeuchi il termine conoscenza tacita è diventato focale rispetto alle politiche di Knowledge Management (KM). Si è tuttavia osservato come in The Knowledge-Creating Company il termine compaia almeno in due accezioni assai diverse, come sapere non codificabile e come sapere non ancora codificato, confusione non priva di conseguenze rispetto alle strategie aziendali di KM. Se il sapere non codificabile, ineffabile (nozione che per certi versi richiama il Buddismo Zen) richiede per essere trasmesso un percorso non breve, fatto di esperienze condivise, il secondo significato evoca processi di facile "catturabilità" della conoscenza tacita (idea che sta anche alla base dei "sistemi esperti", programmi che cercano di riprodurre le prestazioni di una o più persone esperte in un determinato campo di attività 2), con conseguente possibilità di renderla una "risorsa fluida" che può circolare senza problemi all'interno delle organizzazioni.

Il termine conoscenza tacita, prima di Nonaka e Takeuchi, era stato utilizzato dal filosofo della conoscenza Michael Polanyi nel testo The Tacit Dimension (1966). A partire dall'affermazione che "noi sappiamo più di quanto sappiamo dire" lo studioso ungherese-britannico riconosce la esistenza di due dimensioni interdipendenti della conoscenza, nel senso che la dimensione esplicita della conoscenza si fonda sempre su una dimensione tacita precedentemente interiorizzata. Nonostante la conoscenza possa essere opportunamente articolata e spiegata, la dimensione esplicita include sempre anche quella implicita. Se ad esempio analizziamo la conoscenza che guida un percorso di indagine finalizzato alla soluzione di un problema scopriamo che c'è in esso - anche quando si impieghino determinate metodologie formalizzate - una componente soggettiva e personale, legata alla complessità psicologica e fenomenologica di ogni atto di knowing.
Su un piano analogo si era già mosso anche il filosofo della conoscenza inglese Gilbert Ryle (The Concept of Mind, 1949) operando una distinzione tra "sapere come" ("know how") e "sapere che" ("know that"), essendo il primo fondato sull'esperienza ed il secondo su ben definite regole e procedure operative. Conoscere perfettamente le regole per giocare a scacchi ("know that"), non significa avere il "know how" per giocare bene a scacchi!

Si preferisce in generale oggi - come già sembrava suggerire Polanyi - raggruppare le due dimensioni, tacita ed esplicita, della conoscenza nella categoria del "sapere pratico", elaborato da una comunità di attori sociali sulla base di risorse cognitive ed orientamenti comportamentali "situati", non contrapposto al sapere esplicito, di natura tecnico professionale, di cui la comunità dispone, ma costruito a partire da esso, attraverso esperienze condivise che hanno luogo nella vita della comunità. Il lavoro, all'interno di una comunità, si configura come processo di definizione delle situazioni operato dagli attori sociali che operano in un dato contesto attraverso operazioni di attenzione selettiva che attivamente concorrono al riconoscimento ed alla classificazione delle situazioni lavorative ed alla selezione delle conoscenze ed abilità pertinenti alle varie situazioni.
Parliamo a questo riguardo del sapere sviluppato all'interno di Comunità di Pratica (CdP), e del rilievo strategico che essa può assumere. Il sapere pratico si sviluppa in una organizzazione se si riescono a "nutrire" le CdP, attraverso contesti lavorativi che incoraggino autonomi processi di apprendimento; questo anche se il loro sviluppo può essere incoerente con norme, procedure e gerarchie e logiche si status che possono ingabbiare tale sviluppo. Le modalità con le quali far crescere le CdP all'interno di una azienda e con le quali mettere in valore il sapere da esse prodotto, divengono allora una delle direttrici delle politiche di Knowledge Management 3.

Bibliografia

Nonaka I., Takeuchi H., (1995) The Knowledge Creating Company, Oxford, University Press; tr. it. The Knowledge Creating Company, Milano, Guerini e Associati, 1997
Polanyi M. (1966), The Tacit Dimension, NY, Anchor Books
Vino A. (2001), Sapere Pratico. Competenze per l’azione, apprendimento, progettazione organizzativa, Milano, Guerini e Associati
Mattalucci L., (2003) "La pratica del Knowledge Management: confronto tra approcci possibili", Studi Organizzativi, Anno 2003, N.1

Sitografia

Cavalli L., "Il modello di Nonaka e Takeuchi. Considerazioni sul processo di creazione e condivisione della conoscenza"

"Sapere tacito", voce di Wikipedia

1 Una recensione del libro di Nonaka e Takeuchi è reperibile sul portale Marcoaurelio

2 Tra i più diffusi sistemi esperti vi sono quelli che attengono alla diagnosi medica.

3 Vedasi sul portale Marcoaurelio l'articolo "Perché parliamo di Comunità di Pratica"


Autore: Lauro Mattalucci



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