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Esenti dal tributo sui rifiuti gli immobili privi di servizi essenziali

Data: 04 dic 2018


La Corte di Cassazione, con la sentenza 25 maggio 2018, n. 13120, ha affermato che gli immobili privi di servizi essenziali (acqua, gas e luce) sono inidonei alla produzione dei rifiuti e, quindi, non possono essere sottoposti a tassazione ai fini del tributo sulla raccolta e smaltimento dei rifiuti. Si tratta di un’interpretazione che aderisce alla linea del Mef, mutando il precedente orientamento della Suprema Corte che riteneva esenti solo gli immobili inagibili, strutturalmente inabitabili o diroccati. Per la Cassazione non sussiste l’onere di dichiarare annualmente l’inidoneità dei locali, ma solo in caso di variazioni.

 

I locali non idonei alla produzione dei rifiuti per assenza dei servizi essenziali non sono assoggettabili al tributo per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani.

L’esenzione dal tributo, però, non è automaticamente attribuita alla mancata occupazione dei locali, ma si manifesta solo se la stessa dipende dall’assenza di obiettive condizioni di utilizzabilità, che grava sul contribuente provare.

L’ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza 25 maggio 2018, n. 13120.

Già la Commissione Tributaria Provinciale di Lucca, accogliendo il ricorso del contribuente, aveva ritenuto che il mancato utilizzo dell’immobile, documentalmente provato, rendeva lo stesso incapace di produrre rifiuti e, quindi, faceva venir meno il presupposto impositivo.

Tesi confermata in appello dalla Commissione Tributaria Regionale della Toscana (sentenza n. 02/16/12).

I giudici di secondo grado avevano riconosciuto che presupposto impositivo della TIA è la disponibilità di locali idonei alla produzione di rifiuti, che, nella fattispecie, era inesistente, giacché i locali in questione non avevano, al tempo, tale idoneità per assenza dei servizi essenziali e risultavano, in effetti, non occupati.

La Cassazione ha ribadito che per negare l’assoggettabilità alla TIA di un locale non basta che lo stesso non sia occupato ma la occorre che, a prescindere dall’occupazione o meno, sussistano obiettive condizioni di non utilizzabilità dello stesso.

In precedenza, la stessa Corte di Cassazione, con l’ordinanza 18022 del 24 luglio 2013, aveva ritenuto legittima la pretesa del comune di Bologna di applicare la Tarsu ad un appartamento inutilizzato. La denuncia di cessazione dell’occupazione dell’immobile, determinata dal cambio di residenza del contribuente, ed il mancato consumo di energia elettrica, secondo il precedente orientamento, non esoneravano il contribuente dal pagamento della tassa rifiuti.

Secondo la vecchia giurisprudenza della Corte potevano essere esclusi dalla tassazione solo gli immobili inagibili, strutturalmente inabitabili o diroccati.

Occorreva, secondo quell’orientamento, che l’immobile fosse oggettivamente inutilizzabile e non soggettivamente non utilizzato. Non era riconosciuta rilevanza alla scelta di non arredare l’immobile o di non attivare i contratti per la fornitura dei servizi essenziali (Cassazione, sentenze 22770/2009, 1850/2010 e altre).

Il Ministero dell’Economia e della Finanza, con il prototipo di regolamento sulla IUC, proposto ai Comuni, messo a punto dal gruppo di lavoro costituito nell’ambito del programma operativo “Governance e azioni di sistema”, prevedeva, invece, che non fossero soggetti al tributo le unità immobiliari adibite a civile abitazione prive di mobili, suppellettili e sprovviste di contratti attivi di forniture dei servizi pubblici a rete.

In materia di Tari, il Dipartimento delle Finanze ha chiarito che, nel caso in cui un immobile sia chiuso, privo di arredi e senza utenze allacciate (acqua, gas, elettricità), il tributo non è dovuto poiché l’immobile risulta in obiettive condizioni di non utilizzabilità. La presenza di arredo – ha specificato il Ministero – oppure l’attivazione anche di uno solo dei pubblici servizi di erogazione idrica, elettrica, calore, gas, telefonica o informatica, costituisce presunzione semplice dell’occupazione o conduzione dell’immobile e della conseguente attitudine alla produzione di rifiuti, mentre l’applicazione della tassa deve ritenersi esclusa per gli immobili inutilizzati nell’ipotesi in cui gli stessi siano privi sia di arredi sia di allacciamento ai servizi di rete.

Su questa linea sembra, oggi, assestarsi anche la Corte di Cassazione che ritiene non sussistere il presupposto per il pagamento della Tia per i locali privi di servizi essenziali.

La Suprema Corte, poi, è intervenuta anche sull’obbligo di reiterare annualmente la dichiarazione di inidoneità dei locali a produrre rifiuti.

Per gli ermellini, le comunicazioni relative all’inidoneità del locale alla produzione dei rifiuti devono avvenire solo quando vi siano delle variazioni (come del resto suggerisce la lettera dell’art. 62, comma 2, del d.lgs. n. 507/1993, che parla di denuncia originaria o di “variazione” e non di “denuncia annuale”) e non necessariamente ogni anno.

Lo stesso art. 70 del d.lgs. n. 507/1993, afferma testualmente che la denuncia ha effetto anche per gli anni successivi, qualora le condizioni di tassabilità siano rimaste invariate.

L’obbligo della denuncia annuale non può neppure essere introdotta dal Comune, in forza della propria potestà regolamentare.

Il Comune non può pretendere di introdurre una propria disciplina, più gravosa per il contribuente, non rispondente a reali esigenze impositive e contraria a criteri di ragionevolezza.

Luciano Catania