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Fine della finanza. Da dove viene la crisi e come si può pensare di uscirne.

Data: 16 nov 2012


di Lauro Mattalucci

Il titolo del libro ("Fine della finanza", senza articolo!) si fonda su una voluta ambiguità tra quello che dovrebbe essere il fine positivo della finanza (far arrivare liquidità alle aziende in modo da favorire innovazione ed investimenti) e la fine (la conclusione) delle operazioni finanziarie con il pagamento dei debiti contratti. Ma riguardando il sistema finanziario come luogo in cui tutti debitori e tutti i creditori si incontrano, ci rendiamo conto  che esso è stato spostato senza fine in una sorta di inestricabile labirinto fatto di giochi di specchi, che nelle crisi sempre più ricorrenti evoca lo spettro dell'effetto domino. Nasce di qui la speranza - qualcuno dirà l'illusione - di alterative radicali che decretino la fine della finanza che abbiamo sinora conosciuta.
Il libro è diviso in tre parti. La prima è dedicata ad una analisi della fenomenologia della finanza: vi si spiega come si è passati da una opinione comune, entusiasticamente favorevole ai mercati finanziari, alla ossessione per la ricorrenza di crisi finanziare; ma, nello stesso tempo, ci si sente impotenti nel riformare il sistema. Un violento effetto shock  è stato prodotto dalla crisi legata ai mutui subprime esplosa negli USA nel 2007, che è stata un po' la molla per la stesura del libro.

Considerati nel loro complesso - segnato da una crescita ipertrofica delle transazioni su scala planetaria - i mercati finanziari appaiono oggi come il luogo in cui i debiti non devono essere saldati e i crediti devono essere rinnovati: un sistema, dunque, in cui il fine è un debito procrastinabile in eterno; un mercato che rende sempre più possibile un presente basato sul debito, un debito che non ha un debitore e se ce l'ha non è tenuto a pagare! Questo è ciò che dimostrano le banche salvate dalla mano pubblica perché sono too big to fail.
Gli  economisti ortodossi che vedono nella finanza la possibilità senza confini di creare denaro mediante denaro ritengono le crisi "incidenti di percorso", parentesi tra un periodo di crescita e l'altro e, in definitiva, un prezzo che si deve pagare per la continua crescita economica. E' su questo assunto dogmatico e sulla "regola" del lassez faire che si continua a reggere la fiducia sull'effetto benefico dei mercati finanziari. Oggi, falliti i sistemi politici che cercavano una alternativa al lassez-faire  nella pianificazione da parte dello Stato, la ideologia in questione viene legittimata dall'essere la sola (e quindi la migliore) alternativa possibile. Per smontare una simile costruzione dogmatica e propagandistica gli autori - muovendosi sulle orme di J. M. Keynes - compiono in questa prima parte un'analisi del sistema finanziario basata su una disamina critica di categorie concettuali ambigue, da per scontate - come l'assimilazione del capitalismo con il libero mercato 1 e l'identificazione della moneta come riserva di valore costantemente traducibile in liquidità - che consente di mettere a nudo la fragilità del sistema e la esigenza di ricorrere immissioni crescenti di liquidità per far fronte alle sue crisi.

Attraverso i modi con i quali affrontare quello che Keynes chiamava il "paradosso della liquidità" - vale a dire il fatto che  la liquidità è necessaria, ma troppa liquidità può essere una fonte di forti instabilità e distruggere valore a causa della suo distacco dalla economia realtà ed anche perché favorisce il contagio della paura da una classe di attività ad un altra - gli autori (che sono storici dell'economia), nella seconda parte del libro mostrano come le istituzioni finanziarie sono riuscite a mantenere in vita volumi impressionanti e costantemente crescenti di debito. Si va a ritroso nel tempo dalla attivazione dei subprime borrower, all'Unione Europea dei Pagamenti, agli accordi di Bretton Woods, al gold standard, sino arrivare addirittura al XVI secolo con le lettere di cambio di Lione. Si constata in tal modo che la "soluzione" al dilemma della liquidità è consistita in tutta la sua storia, nel subordinare sistematicamente l'istanza di stabilità all'istanza della crescita: o, ancora più precisamente, a subordinare l'istanza della pagabilità dei debiti all'istanza dell'espandibilità indefinita del credito.

La terza parte del libro affronta la pars construens proponendosi, non di dare indicazioni puntuali su come uscire dalla crisi, ma tratteggiare i lineamenti di una radicale alternativa all'attuale sistema finanziario. Riferendosi in modo critico alle misure adottate dalle iniziative di coordinamento internazionale (definite come a "paradossi delle politiche anticrisi"), gli autori ne sottolineano la incertezza e la problematica condivisione 2. Si può allora costruire una alternativa radicale che superi la dogmatica e la retorica delle visioni ortodosse del sistema finanziario e torni ad essere vicina all'economia reale? Gli autori non vogliono limitarsi a proposte teoriche tacciabili di utopia, ma ci invitano ad esplorare gli embrioni già esistenti di un nuovo paradigma, embrioni che interrogano (o meglio dovrebbero interrogare) la politica per promuovere un ampio dibattito sulla possibilità di costruire un rapporto sano fra economia e finanza. Vengono citati - solo per fare un esempio - le politiche (come il venture capital) in cui l'interesse del creditore a prestare non è legato ad un predefinito tasso di interesse, ma a forme di partecipazione al ritorno dell'investimento: una maggiore attenzione al risk management piuttosto che all'asset management 3 Un altro esempio è quello delle valute locali con circolazione ridotta ad un ambito definito dove la moneta non è merce negoziabile per ricavarne un profitto, ma solo unità di contro 4.

Ad alcuni anni dalla pubblicazione, nonostante la crisi che attanaglia i paesi dell'eurozona, si può forse constatare come Fine della Finanza non abbia suscitato l'ampio dibattito che le tesi originali sostenute dagli autori potevano lasciar supporre, segno di quanto impermeabile sia la ortodossia nel campo degli studi sui sistemi finanziari.

Sitografia

E' possibile seguire un dibattito sul libro al sito, URL consultato il 16-11-2012

1 Il capitalismo si connota per il fatto che si fa economia di mercato di qualcosa, come la moneta, che non è una merce.

2 Con gli USA e il Regno Unito sono favorevoli a politiche monetarie espansive, mentre i paesi dell'UE propugnano un rafforzamento della regolamentazione dei sistemi bancari. In un caso e nell'altro a dispetto della teoria dello "Stato minimo", è invocato  l'intervento degli Stati nazionali se non altro in qualità di "prestatore di ultima istanza".

3 E' a tale modello che si ispira la finanza islamica nella straordinaria varietà di suoi strumenti.

4 Massimo Amato collabora in Francia con la città di Nantes alla realizzazione di un progetto di moneta complementare basata su unità di conto che regolano i rapporti tra fornitori ed acquirenti. Per una illustrazione del progetto si possono vedere  su Youtube i seguenti filmati:

youtube.com/watch?v=ROeif8tRQeg

https://www.youtube.com/watch?v=2KJnk-Z2_tY

(in francese), URL consultati il 16-11-2012


Autore: Amato M., Fantacci L.

Editore: Donzelli

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