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Gruppi e tecnologie al lavoro

Data: 28 giu 2013

Il termine "paradigma dell'azione situata" - citato in quarta di copertina - viene impiegato per indicare una visione alternativa degli studi sul lavoro, visti non tanto come insiemi di "mansioni lavorative" rappresentabili (in una logica di "razionalità tecnica") come insieme di compiti da eseguire, di tecnologie da impiegare e di norme tecniche da rispettare, ma ponendo attenzione al contesto ed alle logiche della situazione lavorativa ("razionalità contestuale"). In questa seconda prospettiva il lavoro si configura come processo di definizione delle situazioni operato dagli attori sociali che operano in un dato contesto attraverso operazioni di attenzione selettiva che attivamente concorrono al riconoscimento ed alla classificazione delle situazioni lavorative ed alla selezione delle conoscenze ed abilità pertinenti alle varie situazioni.  In questa prospettiva, le tecnologie sono artefatti culturali che mediano le nostre interazioni cognitive con il mondo circostante. Il nostro modo di lavorare, comunicare, pensare, apprendere cambia sostanzialmente a seconda del significato che diamo alla loro presenza ed al loro utilizzo nei contesti di vita quotidiana. Le tecnologie possono essere considerate, in questo senso, degli strumenti che creano nuove pratiche lavorative e comunicative.
 
Per una illustrazione del volume possiamo far riferimento ad un ampio estratto della recensione di Marco Polimeni reperibile in internet 1


Il lavoro di Zucchermaglio e Alby si colloca nell’ambito dei workplace studies. Questo filone si caratterizza come lo studio dei contesti lavorativi, intesi come ambienti di attività socialmente organizzati nei quali tecnologie e artefatti hanno un ruolo attivo e fondamentale. I workplace studies pongono infatti grande attenzione su come le tecnologie modifichino le pratiche lavorative e su come vengano a loro volta da queste modificate. Le tecnologie sono negoziate e ricostruite all’interno dei sistemi di attività e di interazione emergenti.
È subito evidente come il filone dei workplace studies metta in discussione l’idea di una tecnologia che viene calata nei contesti lavorativi senza tener conto delle pratiche già in atto, in favore di una negoziazione tra gli attori e l’artefatto tecnologico tesa a raggiungere la configurazione più opportuna per favorire lo svolgimento delle attività. In questo senso:
  • La tecnologia non è più lo strumento che sostiene l’attività di un utente ideale e isolato che opera individualmente, bensì si inserisce in un contesto di attività e pratiche socialmente organizzate e distribuite.
  • Il momento della progettazione  non è più temporalmente e spazialmente separato da quello dell’uso della tecnologia.
  • Le pratiche di lavoro non si devono necessariamente adattare alle tecnologie introdotte secondo l’assunto che queste migliorino le attività lavorative per il solo fatto di essere state introdotte. Piuttosto, si attiva una negoziazione tra le tecnologie e le pratiche.

Quindi, la facilità d’uso di un artefatto tecnologico non dipenderà tanto dal design dell’interfaccia ma piuttosto dalla ricchezza delle pratiche di negoziazione consentite agli utenti.
“L’interazione uomo-macchina si va riconfigurando come un fenomeno essenzialmente sociale e discorsivo, in cui attori e attanti interagiscono per costruire un racconto coerente degli eventi in corso. Tale interazione è profondamente incorporata nelle pratiche sociali e discorsive delle comunità lavorative.” Seguendo questo ragionamento, il design di nuove tecnologie diventa una progettazione di nuove configurazioni fra “sociale” e “tecnico”. Questo può avvenire solo attraverso un processo continuo che coinvolge i momenti di progettazione, uso e riprogettazione emergenti dalla pratica.
Nella prospettiva dei workplace studies appare evidente come una psicologia di stampo cognitivista, sperimentale, individualista, che considera i soggetti slegati dal contesto di attività in cui si inseriscono, risulti inadeguata. Così la psicologia diventa culturale, diventano centrali i processi di interazione sociale, i soggetti sono attori sociali e hanno a che fare con compiti significativi all’interno di sistemi di attività quotidiani. La cognizione diventa distribuita, sia nel senso di intelligenza collettiva nella quale le competenze si completano e che Vygotskji suggerisce con le zone di sviluppo prossimale 2, sia nel senso che Hutchins descrive evidenziando come il funzionamento psicologico dell’individuo e le sue conoscenze non siano racchiusi esclusivamente dentro la sua mente ma si trovino invece distribuiti nel contesto sociale, materiale e culturale, negli artefatti, negli strumenti e nei contesti sociali e culturali di interazione.
Un sostegno teorico importante proviene anche dalla teoria dell’attività, secondo la quale “le attività lavorative sono culturalmente situate e mediate da artefatti linguistici, simbolici e materiali, implicano una divisione del lavoro tra i partecipanti e sono inoltre orientati verso oggetti di lavoro in parte dati e in parte generati dall’attività stessa”.
Il linguaggio non esiste come fatto privato ma è azione sociale, è un mezzo attraverso cui gli individui, interagendo, contribuiscono a creare i loro mondi, anche lavorativi.
L’azione è sempre situata ed indica come il corso di ogni azione dipenda in modi peculiari dalle circostanze materiali e sociali in cui ha luogo.
Grande importanza assumono in questa luce le comunità di pratiche, nelle quali sono centrali i processi di negoziazione e di costruzione di significati condivisi.
Stabilito lo sfondo teorico, la seconda parte del libro si concentra sullo studio di caso.
Si tratta di uno studio etnografico, con il supporto dell’analisi di interazioni discorsive, svolto negli uffici di un’agenzia che gestisce un portale di servizi online. Il caso Energy presenta una cultura organizzativa identificata come “cultura dello start-up”, tipica delle organizzazioni del settore, che consiste nel privilegiare la velocità nella realizzazione o ripristino dei servizi a scapito del loro perfezionamento.

Possiamo aggiungere che il testo di Zucchermaglio e Alby dà luogo ad interessanti considerazioni anche in campo formativo. Se considerare l'utilizzo della tecnologia in una prospettiva strettamente individuale (quella della man-machine interaction) porta a concepire la formazione in termini di instructional design - vale a dire in termini di trasferimento di conoscenze e di abilità - che accompagnano in modo efficace lo sviluppo della "curva di apprendimento", l'apertura ad una prospettiva che vede l'utilizzo di nuove tecnologie adottate da una organizzazione come fenomeno essenzialmente sociale e discorsivo, pone l'esigenza di considerare il gruppo dei learner come "comunità di apprendimento" evidenziando in tal modo i limiti di un approccio legato in modo esclusivo ai capisaldi della così detta "ingegneria della formazione". Le comunità di apprendimento concorrono infatti al riconoscimento ed alla classificazione delle situazioni connesse al percorso formativo ed agli strumenti messi a loro disposizione.  Si apre in tal modo una prospettiva formativa vicina ai canoni metodologici dell'action learning.
Occorre sottolineare, in particolare, come i workplace studies abbiano trovato un significativo campo di applicazione nella realtà della formazione mediata dal calcolatore, e più significativamente nelle attività formative che si basano sul Computer Supported Cooperative Learning (CSCL).

A questo proposito è utile segnalare un successivo articolo degli stessi autori:
Alby F., Zucchermaglio C. (2008), “La realizzazione interattiva di un modello formativo in rete: quando allontanarsi dal modello non è un difetto” in Psicologia dell’Educazione, Edizioni Erickson, volume 2, numero 3.

Il paper ha l’obiettivo di descrivere alcuni aspetti della realizzazione del progetto di e-learning collaborativo Orchestra, saperi all’opera, realizzato dal Comune di Roma, con l’obiettivo di produrre una puntuale descrizione situata e dinamica delle fasi del lavoro delle comunità di apprendimento e di analizzare le configurazioni di partecipazione che si sono create nel corso delle attività formative. Lo studio, realizzato in base a una metodologia di "analisi della conversazione" applicata a dati interattivi mediati dal portale web utilizzato, ha mostrato come il modello formativo si sia realizzato interattivamente in modi diversi nei cinque laboratori analizzati: i ruoli sono stati riconfigurati per far fronte in maniera ottimale alle caratteristiche e alle risorse specifiche del gruppo (competenze, disponibilità, partecipazione degli attori) e anche l’uso dei diversi strumenti di comunicazione mediata è stato riconfigurato in modi specifici e creativi (e anche non previsti) dai diversi gruppi in relazione alle attività da svolgere. Tali risultati indicano come tale scostamento non sia un "difetto" nella realizzazione delle attività formative, ma sia al contrario una delle risorse più importanti per il loro funzionamento e una delle chiavi del successo del progetto stesso. Una comunità di apprendimento cessa di essere vista come mera destinataria dell'azione formativa, per diventare soggetto attivo del proprio apprendimento, capaci di dar senso e di rimodulare i contesti di apprendimento che vengono messi a sua disposizione.

2 Vedasi nel glossario sul portale Marcoaurelio la definizione del termine "Zona di sviluppo prossimale"


Autore: Zucchermaglio C., e Alby F.

Editore: Laterza, Bari, 2005

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