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Il coaching di sè

Data: 27 feb 2017

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Secondo il dizionario Treccani il significato di coach è: 
1. Tecnico incaricato di allenare una squadra sportiva; anche, preparatore tecnico, allenatore personale di un singolo atleta (in questo caso è sinonimo di personal trainer). 
2. estens. Professionista che aiuta a sviluppare la propria personalità e a riuscire nella vita, negli studi, nel campo del lavoro (è noto anche come life coach).

Escludendo il primo caso, la definizione trattata nel punto 2, il life coach, è una figura di cui ormai si avverte il bisogno negli ambiti più disparati, anche (o soprattutto) nei contesti organizzativi.
Da dove nasce il bisogno di un “coach”?
Se si considera che ogni bisogno nasce dall’esigenza di colmare un vuoto o comunque dalla necessità di raggiungere una “condizione di appagamento”, è interessante indagare che cosa porta le persone alla ricerca di un “trainer” o di un “coach”, proprio nel momento della massima accessibilità all’informazione.

Certamente non si tratta di un bisogno che deriva da un deficit di conoscenza, quanto, invece, dalla percezione di “inadeguatezza” rispetto a un ruolo, un compito, un contesto o persino in senso più ampio. Ciò vuol dire che il bisogno che si avverte e che si intende sublimare con questa figura riguarda gli aspetti di natura comportamentale: le azioni, le relazioni e le decisioni.
Già negli anni novanta Lyle e Signe Spencer, nel definire le “competenze nel lavoro” trattavano di ambiti sommersi che attenevano esplicitamente agli atteggiamenti e ai comportamenti, definiti in: motivazione, tratto e immagine di sé.

Nell’era della prescrizione tecnologica, dei protocolli e delle predizioni economiche, piuttosto che generare “rassicurazione”, è accresciuta la sensazione di “inappagamento” che ha come effetto: la carenza di motivazione, quando non cade nella frustrazione; l’incapacità di contenere le proprie reazioni, spingendo verso un tratto caratterizzato da competizione e conflitto; una diffusa disistima che può arrivare fino alla percezione di inutilità o qualcosa di più grave.

Sono questioni profonde a cui non si può rispondere con i metodi di comunicazione di massa, né con le tecnologie, che trovano sfogo nelle occasioni di relazione più diffusi, quali i social network.
Basta frequentare i social più diffusi per trovare persone con ruoli diversi, anche manager e dirigenti, manifestare sfoghi nei confronti del sistema che li circonda, evidenziando un disagio al quale appare difficile trovare rimedio.

Certamente il problema più avvertito è quello della mancanza di interlocutori, sia dal punto di vista fisico (non si individuano), sia da quello relazionale (quando vengono individuati non hanno alcuna intenzione di ascoltare), sia dal punto di vista della possibilità di incidere (anche se ascoltano, hanno atteggiamenti fermi di chi non intende mettersi in discussione).
È evidente che questi sono tre ostacoli alla relazione interpersonale e persino alla crescita sociale. Ed è sorprendente che siano così diffusi proprio in un sistema che si caratterizza per anni di formazione sul tema del “team building”, sulle “tecniche di comunicazione” e sul “problem solving”. È come se le tecniche siano state utilizzate per il fine opposto: il consolidamento nelle posizioni personali.

Tutto ciò è successo perché la formazione che non abbia un “motore” etico, rischia di essere esclusivamente un trasferimento di tecniche senza alcuna istruzione reale sugli scopi, con l’effetto che ciascuno li utilizza per fini propri, senza conseguire il fine primario: la relazione con l’ambiente in cui vive o lavora.
È in questo senso che si avverte il bisogno di un “coach”, cioè di qualcuno che aiuti ad avere una visione “non emotiva” del contesto e che, in esso, riesca a individuare i percorsi che conducono alla costruzione di reti di relazione.
Forse deluderò qualcuno: in verità, ciascuno di noi può essere coach di se stesso se riesce a fare la differenza tra il “piano emotivo” e quello “razionale”. Lo tratteremo un po’ meglio nel prossimo articolo.


Autore: Santo Fabiano



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