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Internet non è la risposta (prima parte)

Data: 18 mag 2015


di Lauro Mattalucci

Per chi, tentando di comprendere come evolve la società, i costumi, il lavoro e l'economia, voglia entrare nel merito del dibattito sulle conseguenze di Internet e della cosiddetta rivoluzione del Web 2.0, va subito detto che il testo di Andrew Keen rappresenta una sorta di manifesto contro gli apologeti della rete.
Non è questa la sola pubblicazione dell'autore che si incarica di contrastare l'ideologia propugnata da chi vede in Internet la risposta a pressoché tutti i mali di cui soffrono oggi l'economia e la società. Nel 2007 aveva pubblicato The Cult of the Amateur 1, dove si prendevano di mira l'accuratezza e la verità delle informazioni che troviamo in rete per sostenere come si stiano indebolendo e ridimensionando competenza, esperienza e talento di studiosi seri, sepolti sotto una valanga di contenuti amatoriali gratuiti generati dagli utenti. Nel 2012 fu la volta di Digital Vertigo 2, in cui la critica di A. Keen si concentra sui social media visti come luogo dell'iper-realtà, dove si perde la distinzione tra realtà e irrealtà, e dove è facile che si sviluppino forme comunicative dozzinali e mosse da una sorta di bisogno compulsivo di esibizionismo (si pensi alla diffusione on line dei selfies 3).

In questo nuovo volume, che sembra completare una sorta di trilogia contro l'apologia di Internet, la critica riprende i temi dei due testi precedenti, ma diviene più generale rivolgendosi alle mancate promesse dello sviluppo della democrazia ed al dissesto dell'economia che stiamo registrando. "Invece di creare maggior ricchezza diffusa" -  scrive A. Keen - "il capitalismo distribuito della nuova economia interconnessa ci sta impoverendo. Lungi, per esempio, dal creare nuovi posti di lavoro, è questa disgregazione digitale la principale causa della crisi strutturale dell’occupazione".
Ed in effetti - attraverso una serie numerosissima di esempi che si susseguono nel testo in modo molto rapido - viene smentita la ricorrente affermazione che lo sviluppo tecnologico crea altrettanti posti di lavoro di quanti ne distrugge. Argomentazioni di questo tipo hanno procurato all'autore l'accusa di neo-luddismo 4, accusa che egli, anche alla luce della sua biografia, esplicitamente respinge.
A. Keen, annoverato tra i più famosi guru della sociologia delle rete, non è l'unico autore impegnato nella battaglia contro "gli evangelisti" di Internet 5.

In effetti il dibattito sulle conseguenze della rete sembra vedere in azione due partiti che - a voler rispolverare il titolo di un vecchio libro di Umberto Eco sul tema della cultura di massa e dei mezzi di comunicazione di massa 6 - potremmo chiamare degli Apocalittici e degli Integrati, vale a dire, da un lato, i denigratori della interconnessione globale e, dall'altro, coloro che tessono lodi entusiastiche alla "magnifiche sorti e progressive" del web.
Tra questi ultimi occupa un posto di rilievo il noto economista e futurologo statunitense Jeremy Rifkin che nel suo libro La società a costo marginale zero 7, sostiene che  "Il Commons Collaborativo 8 sta trasformando il nostro modo di organizzare la vita economica, schiudendo la possibilità a una drastica riduzione delle disparità di reddito, democratizzando l'economia globale e dando vita a una società ecologicamente più sostenibile. Motore di questa rivoluzione del nostro modo di produrre e consumare è l'"Internet delle cose", un'infrastruttura intelligente formata dal virtuoso intreccio di Internet delle comunicazioni, Internet dell'energia e Internet della logistica, che avrà l'effetto di spingere la produttività fino al punto in cui il costo marginale di numerosi beni e servizi sarà quasi azzerato, rendendo gli uni e gli altri praticamente gratuiti, abbondanti e non più soggetti alle forze del mercato" 9.

Tra queste posizioni estreme di Apocalittici ed Integrati, attuale e molto sensata è dunque ancora la prospettiva messa in evidenza dal citato saggio di U. Eco di volere analizzare, con onestà e senza tesi preconcette, gli aspetti positivi e negativi del fenomeno 10.
Le tesi sostenute da A. Keen meritano senz'altro di essere lette e valutate criticamente. Dedicheremo la seconda parte della presente recensione ad esaminare un po' più in dettaglio le argomentazioni dell'autore.


1 Il testo è stato pubblicato in Italia nel 2009 con il titolo Dilettanti.com. Come la rivoluzione del Web 2.0 sta uccidendo la nostra cultura e distruggendo la nostra economia, DeAgostini

2 Il testo è stato pubblicato in Italia nel 2013 con il titolo Vertigine digitale. Fragilità e disorientamento da social media, Egea

3 Il testo cita il dato statistico secondo il quale almeno il 50% delle foto pubblicate su Instagram nel Regno Unito da giovani tra i 14 ed i 21 anni sono selfies.

4 Ricordiamo che il luddismo è stato un movimento di protesta operaia, sviluppatosi all'inizio del XIX secolo in Inghilterra, caratterizzato dal sabotaggio della produzione industriale. Essere "luddista" è diventato sinonimo di volersi anacronisticamente opporre al progresso tecnologico.

5 La tesi sull'impatto negativo della rivoluzione digitale sulla economia è sostenuta in particolare da Jaron Lanier, (un autore che appartiene a pieno titolo al mondo della computer science)  nel suo testo di recente pubblicazione La dignità ai tempi di Internet. Per un'economia digitali equa (Il Saggiatore, 2014). Altro anti-apologeta della rete è Nicholas Carr autore di Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello (Raffaello Cortina, 2011). Va inoltre citato tra coloro che si sono assunti l'impegno di combattere l'idolatria di Internet, il sociologo di origine bielorussa Evgeny Morozov, autore di Internet non salverà il mondo (Mondadori, 2014). Molto più nutrita è ovviamente la schiera degli apologeti della tecnologia digitale.

6 I testo di U. Eco Apocalittici e integrati (1964, Bompiani) presenta aspetti che sono ancora oggi di notevole attualità. Lo stesso Eco ha recentemente affermato: “La battaglia tra apocalittici ed integrati dopo 50 anni si è spostata sul web”.

7 J. Rifkin (2014), La società a costo marginale zero. L'internet delle cose, l'ascesa del «commons» collaborativo e l'eclissi del capitalismo, Mondadori

8 E' stato osservato che: "Ciò che Rifkin identifica col termine Collaborative Commons andrebbe probabilmente più correttamente identificato, e per i più informati forse lo è già, col ben più chiaro concetto di “Commons Based Peer Production": modelli di produzione partecipativa e collaborativa basati su beni comuni – quali il software open source o gli strumenti della rete" Vedasi l'articolo pubblicato sulla rivista on line Che futuro 

9 Citazione tratta dalla quarta di copertina del testo di J. Rifkin

10 Per una sintetica analisi di quanto sostenuto da U. Eco a proposito della cultura e dei mezzi di comunicazione di massa si veda su Wikipedia la voce "Apocalittici e integrati"


Autore: Andrew Keen

Editore: Egea, 2015

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