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Internet non è la risposta (seconda parte)

Data: 22 mag 2015


di Lauro Mattalucci

Nella prima parte della recensione abbiamo visto come il testo di Andrew Keen rappresenti una sorta di manifesto contro gli apologeti della rete. In effetti il dibattito sulle conseguenze economiche, politiche e sociali di Internet vede schierati su versanti opposti - per riprendere il titolo di un testo di Umberto Eco - Apocalittici e Integrati, vale a dire coloro che sottolineano con forza i gravi pericoli della rete e, sul versante opposto, coloro che celebrano, dandole per certe, "le magnifiche sorte e progressive" che la rete sembra dischiudere.
A. Keen - come risulta evidente fin dal titolo del libro, Internet non è la risposta - si schiera con il primo partito. Approfondiamo ulteriormente in questa seconda parte della recensione le argomentazioni che egli svolge.

Il testo ripercorre la storia tecnologica ed economica di Internet dalla sua fondazione nel 1960 (quando il WWW nasce negli USA grazie ad investimenti pubblici finalizzati allo scambio del sapere scientifico ed  allo sviluppo delle comunicazioni per la sicurezza nazionale) sino alla situazione attuale in cui la rete è soprattutto al servizio dei grandi player dell'ICT e della globalizzazione dei mercati. Senza ovviamente disconoscere i meriti della rete, ciò che A. Keen contesta è il supposto effetto che essa avrebbe nel democratizzare la società e liberalizzare l'economia, non potendosi negare che la governance di Internet sia oggi saldamente nelle mani di potenti corporation private. Aziende come Google, Facebook e Amazon, ecc. hanno di fatto pressoché monopolizzano il business connesso alla rete. Noi utenti abbiamo spesso la sensazione che sul Web tutto sia gratis, con contenuti "open access" e che ci sia un benefico trend in tale direzione. Ma nel frattempo l'economia dell'informazione (o "capitalismo cognitivo", come qualcuno lo chiama 1) concentra sempre più potere e ricchezza nelle mani di pochi. Succede allora che mentre celebriamo le virtù democratiche di Internet, consegniamo il futuro alle corporation che controllano l'impiego delle tecnologie e traggono grandi profitti dai dati che ricavano osservando le nostre vite o sfruttando i contenuti che noi utenti (nel nostro ruolo di prosumer 2) immettiamo nella rete. 3

Quello che si sviluppa in rete è un modello di business che rimane per molti versi opaco (come testimonia anche la esplosione della bolla speculativa della new economy), e marcatamente speculativo 4, dove è incerto lo stesso concetto di valore delle aziende. Sorprende ad esempio leggere - tra le tante interessanti informazioni che il libro riporta - come nel 2012 la  Kodak (una azienda che valeva 31 miliardi di dollari) sia finita in amministrazione controllata,  abbia chiuso 13 fabbriche e 130 laboratori, ed sia stata costretta a licenziare 145 mila operai, lasciandone altri 50 mila senza pensione. Nello stesso hanno Facebook, capeggiata da Mark Zuckerberg, ha acquistato Instagram, una startup con soli 13 impiegati, nata attorno ad una app gratuita di fotografia digitale, pagandola 1 miliardo di dollari. Un altro esempio intrigante è quello di Uber, la nota car-sharing company: essa impiega mille persone ed è valutata 18,2 miliardi di dollari, la stessa valutazione di Avis and Hertz messe assieme, tranne che queste due compagnie impiegano almeno 60.000 persone!

A dispetto della mole di informazioni che il testo riporta, sembra tuttavia  esagerato attribuire in via prioritaria ad Internet la ragione della crisi occupazionale,  nonché della crescente disparità tra ricchi e poveri e del depauperamento della classe media, come fa A. Keen quando, a più riprese, parla della "economia dell'un per cento", cercando in qualche modo di cavalcare a sostegno delle proprie tesi la protesta del così detto movimento del 99 percento (quello, per intenderci, di Occupy Wall Street). Le ragioni delle crescenti diseguaglianze sono di natura sistemica e, in un'economia sempre più globalizzata, devono riferirsi ad un insieme di concause, a cominciare dall'ipertrofia del sistema finanziario 5. Internet interviene come infrastruttura tecnologica che moltiplica le transazioni in tempo reale, ma non pare questa la causa principale di un sistema finanziario che mette in atto business sempre più speculativi e meno controllabili (come quello dei così detti derivati). Allo stesso modo pare eccessivo - come A. Keen aveva fatto in The Cult of the Amateur - voler tracciare, in nome di una sorta di riedizione del principio di autorità, una divisione netta tra un numero ristretto di veri produttori di conoscenza ed una massa inaffidabile di autori dilettanti. Per tale via, che demitizza l'idea di "Intelligenza Collettiva"6, si  arriva a negare valore anche ad un'opera quale Wikipedia, l'enciclopedia on line, libera e disponibile in tutte le lingue, frutto di un imponente lavoro cooperativo in rete.

Che la cultura partecipativa e la creazione di contenuti dal basso contengano dei rischi è fuori discussione; ma è difficile, mettendo tutto in uno stesso calderone, liquidare ogni loro manifestazione come forma di narcisismo di massa.
Sembra di poter dire che, senza una più attenta ed equilibrata distinzione tra effetti positivi e negativi dell’odierna società interconnessa, anche la missione (per molti versi lodevole) che il libro assume di smontare i non disinteressati luoghi comuni diffusi attorno alla rete - elogiata dai suoi evangelisti come "bene comune"7 improntato al principio di uguaglianza 8 -  rischia di essere sviluppata in maniera meno efficaci.

 

1 U. Mattei, 2011, Beni comuni, un manifesto, Edizioni Laterza. Il Cap. VI, "Il comune e l'immateriale: i tonni e la rete" sviluppa, riguardo alla struttura oligopolistica della rete, considerazioni che sono in linea con molte delle tesi di A. Keen

2 Il termine prosumer è un neologismo creato da  Alvin Toffler che nasce dalla contrazione dei termini producer e consumer;  esso intende sottolineare come, in virtù della rete,  il ruolo di produttore e consumatore si vadano sotto molti riguardi fondendo e confondendo tra loro.

3 Questo tema è sviluppato in Evgeny Morozov,  Internet non salverà il mondo (Mondadori, 2014). L'autore spiega che quando ad es. cediamo i nostri dati ad una azienda che offre servizi sul web abbiamo in cambio un sevizio e possiamo pensare che la cosa sia per noi vantaggiosa. In realtà sono proprio i dati ad essere la moneta di scambio e noi non ci accorgiamo che gli stessi dati  sono fonte di business per le grandi corporation che governano la rete, e che essi "vengono usati per organizzare la nostra esistenza in modo assai poco trasparente e desiderabile". Vedasi E. Morozov, "I poveri pagheranno con i loro dati", Internazionale, numero 1100, Anno 22, 30 aprile / 7 maggio 2015

4 Lo stesso Jeremy Rifkin, uno dei massimi apologeti della rete, riconosce che "la sharing economy è speculativa almeno quanto l’economia classica".

5 Si veda sul portale Marcoaurelio la recensione di M. Amato M., L. Fantacci (2009), Fine della finanza. Da dove viene la crisi e come si può pensare di uscirne,
Un altro testo interessante (di taglio divulgativo) sul ruolo della finanza è F. Rampini (2013), Banchieri. Storie dal nuovo banditismo globale, Modadori

6 Si veda sul portale Marcoaurelio l'articolo "Crowdsourcing ed Intelligenza Collettiva tra realtà e mito

7 Vedasi sul portale Marcoaurelio l'articolo "Beni comuni: un tema di crescente interesse"

8 Un esempio di non disinteressata perorazione del principio di eguaglianza è la regola formulata da Hal Varian, attuale capo economista di Google che asserisce che: "un modo semplice per prevedere il futuro è quello di guardare a ciò che i ricchi hanno oggi; persone a reddito medio avranno qualcosa equivalente in 10 anni, e la povera gente lo avrà in un decennio aggiuntivo". In questa prospettiva sembra allora superfluo occuparsi della crescente disparità nella distribuzione del reddito.


Autore: Andrew Keen

Editore: Egea, 2015

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