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Ivrea o Pomigliano? Due concezioni a confronto

Data: 02 nov 2010

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Sul sito dell’Associazione Italiana Formatori è stato pubblicato un interessante articolo di Ferdinando Dell’Agli, sui tema della centralità delle persone del lavoro, di cui riportiamo una parte. L’autore mette a confronto visioni differenti, ripercorrendo anche l’esperienza della Olivetti di Ivrea, fino a giungere alle problematiche più attuali legate allo stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco.

Negli ultimi decenni la formazione, e le scienze organizzative in generale, hanno proclamato la centralità della persona – sottolineo persona – nell’organizzazione, e non viceversa, mettendo in evidenza come fosse la persona competente e motivata quella che, interpretando intelligentemente le strategie aziendali e facendo propri i suoi obiettivi in maniera originale e creativa, non passiva e pedissequa, poteva assicurare il successo dell’azienda stessa.

Ricorrendo ad una metafora fin troppo facile, ma familiare a noi formatori, si può pensare alla realizzazione di un film, in cui buon soggetto e ottima regia sono indispensabili per la sua riuscita, ma non sufficienti se non si dispone di buoni attori, i quali, pur rispettando le direttive del regista, mettono testa e cuore, arte ed esperienza, intelligenza, professionalità e originalità nell’interpretare la loro parte.

Abbiamo assistito ad un ribaltamento di paradigmi epocale; dall’operaio dei tempi di Ford e di Taylor, visto come un burattino eterodiretto, privato di qualsiasi autonomia e iniziativa per non disturbare il manovratore (per Taylor l’operaio ideale era l’ “uomo bue”, docile e dotato di grande forza muscolare) si è passati a considerare le persone in azienda come i veri protagonisti del successo dell’organizzazione.

Ricordo il concetto introdotto nel secondo dopoguerra dai giapponesi, in cui si sente l’eco della filosofia zen (si pensi a “Lo zen e il tiro con l’arco”). A fronte del MBO, il Management By Objectives, tipico dell’approccio statunitense figlio della cultura della frontiera, secondo il quale l’obiettivo si può raggiungere lanciando il cuore oltre l’ostacolo, i giapponesi raccomandavano la cura del processo, secondo una logica che chiamerei di tipo geometrico euclideo.

Infatti sostenevano che l’obiettivo è il punto di arrivo di un processo, che il processo è composto da fasi e che ogni fase è presidiata da una o più persone; perciò, se curi le persone, addestrandole, formandole e motivandole, queste a loro volta gestiranno al meglio le fasi del processo, e quindi non potrai non raggiungere l’obiettivo, anzi questo sarà raggiunto nel modo migliore. In una conferenza rivolta a degli industriali occidentali, a Londra nel 1988, Konosuke Matshushita, fondatore della Panasonic, ebbe a sottolineare in modo quasi brutale la differenza tra l’approccio occidentale, erede del taylorismo, e l’approccio giapponese, centrato sull’importanza della persona per l’organizzazione: "Vinceremo e l'Occidente industrializzato perderà; non potete farci niente perché il motivo di questo fallimento sta in voi stessi! Non solo le vostre aziende sono costruite secondo il modello di Taylor, ma - cosa ancora peggiore - lo sono anche le vostre menti. Siete profondamente convinti che la strada giusta per condurre un'impresa sia che i vostri collaboratori si preoccupino semplicemente di muovere gli attrezzi. Per voi gestione significa trasferire le idee dei manager nelle mani dei dipendenti!

Noi, al contrario, siamo lontani dal taylorismo. Sappiamo che lo scenario economico è così complesso e difficile, sempre più imprevedibile e pericoloso, che la sopravvivenza di un'impresa dipende dalla quotidiana attivazione dell'ultimo grammo di intelligenza. Un'impresa può contrastare le turbolenze e le forze avverse del mercato e quindi sopravvivere solo attraverso lo sfruttamento della performance mentale di tutti i collaboratori.
Noi intendiamo la gestione come l'arte di saper mobilitare il potenziale intellettivo di tutti i collaboratori di un'impresa ed unificarlo."

In Italia, a parte l’esempio illustre, e ormai lontano, della Olivetti di Adriano, che ebbe a dire "Nel lavoro intelligente e scrupoloso dei nostri ottocento operai, nello studio metodico e incessante dei nostri quindici ingegneri, c’è la certezza di progresso che ci anima. La lealtà dei nostri lavoratori è il nostro attivo più alto", abbiamo assistito ad una evoluzione della formazione e delle scienze organizzative in senso più umano ed umanistico, secondo una visione olistica della persona e di fruttuoso interscambio e interdipendenza tra questa e l’organizzazione in cui lavora; si rileggano a questo riguardo i bei contributi di un decano della nostra professione, Silvano Del Lungo, pubblicati nei numeri di maggio, giugno e luglio di quest’anno di AIF “Learning News”.

D’altra parte il valore della persona e la sua centralità nell’organizzazione continua ad essere affermato con forza da insigni intellettuali ed economisti come la risposta alla crisi che stiamo vivendo.

Adesso invece, con le vicende della FIAT, assistiamo ad un ritorno di indietro di alcuni anni, forse decenni, in cui le persone, o meglio le “risorse umane”, sono enormemente meno importanti di crudi fattori economici, e possono essere sacrificate al capitale, il vero dio Moloch dei nostri tempi.

Ma un altro elemento che a mio avviso rende assurdo, direi kafkiano, il quadro è la mancanza di interlocutori in carne ed ossa, di nuovo, la mancanza di persone reali con le quali discutere; gli stessi grandi manager che decidono di delocalizzare le produzioni, mettendo sul lastrico migliaia di lavoratori, lo fanno non per loro scelta autonoma, ma costretti dalle logiche del capitale, entità astratta senza nome né volto (né tanto meno coscienza o sensibilità).

Ecco la crisi di identità che provo; ha ancora senso oggi parlare di centralità della persona nell’organizzazione? A chi proporre questa visione con la certezza di essere ascoltati? Che senso ha lo sforzo sin qui fatto da noi formatori credendo nelle persone come valore primario e non come puro fattore produttivo?

Questo è lo sforzo intellettuale e morale che viene oggi richiesto a noi formatori; ricercare e trovare questo significato, che si va in parte smarrendo, e trovare le forme più adatte per proporlo a chi lavora e a chi decide in un mondo che cambia così tumultuosamente.

Fonte: http://www.aifonline.it/archivioLearningNews/articoli/2010_n10_n03_FernandoDellagli.pdf


Autore: Fernando Dell'Agli



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