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Knowledge worker e reflective practitioner

Data: 07 nov 2014

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Il termine "lavoratore della conoscenza" è diventato in qualche modo l'espressione più utilizzata per connotare emblematicamente l'evoluzione dei sistemi socio economici nei paesi sviluppati (la così detta knowledge economy) e finanche la modernità tout court. Lo scenario che vi fa da sfondo è rappresentato - tra le altre cose - dalla crescente importanza dei servizi, dall'estensione dei processi di automazione e dallo sviluppo del Word Wide Web visto come nuovo modello di comunicazione e di condivisione della conoscenza.
La voce Knowledge worker che troviamo sulla Wikipedia inglese ci propone la seguente definizione:
I lavoratori della conoscenza sono i lavoratori il cui capitale principale è la conoscenza. Tipici esempi possono includere ingegneri del software, medici, architetti, ingegneri, scienziati, commercialisti, avvocati e insegnanti, perché essi "pensano per vivere". Ciò che differenzia il lavoro della conoscenza da altre forme di lavoro sono innanzitutto le attività non routinarie di problem solving che richiedono una combinazione di pensiero convergente, divergente e creativo 1.
La stessa voce ci avvisa subito dopo che la definizione non è affatto univoca. In effetti una rassegna di studi al riguardo mostra come esistano diversi modi di considerare chi sia o meno un lavoratore della conoscenza a seconda che tali studi siano interessati a valutare la consistenza numerica di tale categoria professionale, oppure cerchino di darne una connotazione qualitativa incentrata sulle modalità di svolgimento dei processi lavorativi che la coinvolgono.
Si hanno così definizioni del tipo "chi nel suo lavoro svolge un’attività sistematica che utilizza dati, manipola informazioni e sviluppa conoscenza " 2, oppure "chi produce conoscenza mediante la conoscenza", definizioni che aprono le porte a valutazioni quantitative molto ampie a riguardo della loro consistenza numerica. Le statistiche internazionali mettono in evidenza come i lavoratori della conoscenza (comprendendo in questa categoria scientist, manager, professional e technician)siano diventati il più numeroso aggregato occupazionale, superando nei paesi a più alto sviluppo gli operai, gli impiegati che svolgono lavori di routine e i contadini messi insieme. La connotazione sostanzialmente ottimistica che sta alla base della letteratura sui lavoratori della conoscenza, che si muove nella cornice della così detta knowledge economy, è contraddetta da differenti previsioni come quella di Rifkin che prospetta uno scenario caratterizzato da nuove polarizzazioni: da una parte un gruppo ampio di lavoratori con contratti precari,sottoccupati, part-time o a bassa qualificazione; dall’altra un gruppo ristretto di persone ad alta specializzazione ed elevato reddito.
La cosi detta finanziarizzazione dell’economia che si manifesta attraverso la globalizzazione dei mercati, la ricorrente esplosione di “bolle speculative” che generano crisi economiche, le crescenti tensioni sul mercato del lavoro e la incertezza delle risposte della politica concorrono assieme a delineare uno scenario che sembra più vicino alla futurologia di Rifkin che alle "magnifiche sorti e progressive" celebrate dai teorici della knowledge economy.
Resta il fatto che la conoscenza (il know how) costituisce un fattore produttivo di crescente rilievo. I lavoratori della conoscenza, qualsiasi definizione se ne dia, hanno almeno questo come denominatore comune: possiedono conoscenze e skill superiori e devono essere gestiti secondo modelli diversi da quelli applicati nelle organizzazioni tayloristico-burocratiche.
Ci si può chiedere se ed in quale misura il tema dei lavoratori della conoscenza interessi la P.A. Sono moltissimi nella P.A., com'è noto, i ruoli lavorativi che per essere svolti efficacemente richiedono conoscenze e skill superiori: si pensi a tutti i ruoli che richiedono un elevato background scolastico e professionale, ruoli che, nei vari campi di intervento, si confrontano con la innovazione dei servizi e con la progettazione, implementazione e valutazione delle politiche pubbliche; si pensi ai ruoli che si misurano con i processi di innovazione tecnica ed organizzativa, ed altro ancora. Il punto è la tensione che si viene a creare rispetto a modelli gestionali che mantengono una forte impronta burocratica, pensando di poter governare tutto attraverso procedure e rigide prescrizioni lavorative. 
Contro le derive burocratiche, si deve sottolineare, sul piano organizzativo, l'importanza di definire contesti in grado di mettere in valore e sviluppare il know how che deve essere impiegato nella gestione dell'innovazione e del cambiamento. E' questo, detto in termini sintetici e generali, il problema del knowledge management 3
Sono state prospettate forme di organizzazione del lavoro autoregolate centrate sul raggiungimento di risultati tecnici, economici e sociali e basate su cooperazione intrinseca, condivisione della conoscenza, comunicazione estesa, creazione di comunità 4.

Volendo considerare la qualificazione professionale dei lavoratori della conoscenza, mettendo in evidenza quali sono i così detti, knowledge worker skill, si arriva a prospettare mappe di competenze come quella schematizzata della Fig. 1


Figura 1

Nella figura 1 sono lasciate da parte le pur essenziali competenze tecniche per concentrare l'attenzione sulle c.d. competenze trasversali. Si sottolinea implicitamente come i lavoratori della conoscenza non ricoprano mansioni prescritte, bensì svolgano attività in risposta ad una vasta gamma di situazioni e di richieste prestazionali che si manifestano a geometria variabile e che mutano al mutare delle esigenze organizzative.
Uno dei temi di dibattito riguarda le modalità di apprendimento dei lavoratori della conoscenza.
Per quanto poco preso in esame nella letteratura sui knowledge worker, il tema dell'apprendimento può essere affrontato nel quadro concettuale che ci viene offerto dalle considerazioni sviluppate da Donald A. Schön intorno al così detto "apprendimento riflessivo"; lo stesso quadro concettuale, mettendo in rilievo le modalità di apprendimento, serve a connotare meglio in termini qualitativi chi sono i lavoratori della conoscenza.
Seguendo quanto viene asserito da Schön 5, le situazioni lavorative non routinarie presentano le seguenti caratteristiche:

  •  unicità (ogni situazione ha caratteristiche sue proprie);
  •  ambiguità (ogni situazione si presta a diverse ed anche alternative interpretazioni);
  •  imprevedibilità;
  •  conflitto di valori.

E' in una situazione di questa natura che si colloca un'azione lavorativa efficace, vale a dire un'azione che commisura obiettivi, vincoli, incertezze, rischi ed eventuali valori conflittuali in gioco. Il contesto dell'azione è decodificato da chi agisce in base alle proprie categorie, cercando conferme rispetto ai propri schemi di azione, alle proprie competenze cognitive e capacità relazionali. Si tende dunque a ricostruire il contesto dell'azione in modo da trovare conferme ai propri modus operandi. Tuttavia - proprio per la natura dei contesti di azione - interviene spesso un elemento di novità e di sorpresa che, se l'azione deve essere efficace, non può essere ignorato. Avviene allora che, poiché non si può fermare l'azione intrapresa, occorre attivare un processo di "riflessione nell'azione" che porta a mettere in discussione gli schemi mentali adottati, a ripensare il modo di formulare i problemi che ci stanno di fronte ed a individuare le strade per risolverli.
Capace di mantenere aperte aspettative cognitive e stimolato dalla sorpresa - afferma Schön con il proposito di spiegare la "epistemologia della pratica" da lui proposta - il professional torna a riflettere sull'azione e sul sapere che sta alla base dell'azione. Infatti, quando egli cerca di cogliere il senso degli aspetti imprevisti e problematici incontrati, riflette anche sulla comprensione implicita nella sua azione, che egli fa emergere, critica, ristruttura ed incorpora nell'azione successiva. Si spiegano in questo modo i processi di apprendimento che lo riguardano.
Vi è da aggiungere - rispetto alle considerazioni testé svolte - che la pratica riflessiva che avviene nel contesto dell'azione non è spesso un fatto individuale: essa si sviluppa nel contesto dell'azione attraverso la interazione con altri attori sociali, come viene implicitamente sottolineato, quando si usa l'espressione "comunità di pratica" 6.
Si intuisce allora come il sapere di un "professionista riflessivo", legato com'è alla "intelligenza dell'azione", sia assai differente - anche se non separato - dal sapere accademico: il rapporto tra teoria e pratica è dunque meno scontato di quanto usualmente si è soliti ritenere.
Se pensiamo ad un lavoratore della conoscenza come un reflective practitioner, ne derivano alcune immediate conseguenze sul piano delle possibili attività formative che possono contribuire allo sviluppo della "intelligenza dell'azione" e della logica della scoperta che è implicita in essa. Tutto quanto affermato milita a favore del paradigma della formazione esperienziale, che - secondo quanto asserisce Schön - diventa tanto più efficace quanto più stimola a vedere le cose da punti di vista diversi, anche attingendo a differenti domini disciplinari che vengono ibridati tra loro attraverso l’esercizio di quella che, in senso tecnico, è stata chiamata - forse un po' troppo fantasiosamente - "abilità artistica", e che potremmo indicare anche come capacità di non rimanere prigionieri dei propri schemi mentali, di affrontare questioni nuove,  sentendosi in grado fronteggiare situazioni uniche, incerte, e magari conflittuali 7.
Non è superfluo osservare che queste tematiche relative ai knowledge worker diventano centrali nella PA quando si parla di riforma della burocrazia, e quando si parla di capacità di valorizzare le potenzialità professionali interne anche al fine di contenere o di rendere più produttivo il ricorso alla consulenza.

1 Vedasi su Wikipedia la voce Knowledge worker

2 La definizione corrisponde grosso modo a quella data da P. Drucker in un suo testo pionieristico in cui prediceva la costante crescita dei knowledge worker nel passaggio dalla età industriale a quella post industriale P.F. Drucker (1966), The Age of Discontinuity: Guidelines to Our Changing Society

3 Vedasi nel glossario presente sul portale Marcoaurelio la voce Knowledge management

4 Butera, F., "L'organizzazione a rete attivata da cooperazione, conoscenza, comunicazione,
comunità: il modello 4C nella Ricerca e Sviluppo", Studi Organizzativi, 2, 1999

5 Schön D.A., The Reflective Practitioner. How Professionals Think In Action, Basic Books, New York 1983; trad it. Il professionista riflessivo, Dedalo, Bari. Traduzione italiana:. Donald A. Schon, Il professionista riflessivo. Per una nuova epistemologia della pratica professionale, Edizioni Dedalo, 1993

6 Vedasi nel glossario presente sul portale Marcoaurelio la voce "Comunità di pratica"

7 Schön D.A., Educating the Reflective Practitioner. San Francisco: Jossey-Bass, 1987. Trad. it: Schön D.A., Formare il professionista riflessivo. Per una nuova prospettiva della formazione e dell'apprendimento nelle professioni, Franco Angeli, 2006


Autore: Lauro Mattalucci



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