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L'era della post-verità

Data: 03 feb 2017

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Il termine "post-verità" è la traduzione italiana di un neologismo inglese, post-truth, che si è affermato di recente (specie durante la campagna referendaria sulla Brexit e quella per le elezioni presidenziali americane del 2016) al punto che il prestigioso Oxford Dictionary l'ha scelto come "parola dell'anno" per il 2016. Nella definizione data da tale dizionario il termine post-verità è indicato come avente funzione aggettivale e definito come "relativo a (o che denota) circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno rilevanti nella formazione dell'opinione pubblica che il fare appello ad emozioni e convinzioni personali".

Il prefisso "post" non riveste qui un significato temporale che vale ad indicare qualcosa che viene dopo (come ad es. post-risorgimentale, post-bellico) ma piuttosto il superamento di qualcosa che "va oltre", mettendo in luce qualcosa che ha perso di significato (come ad esempio quando si parla di una visione post-classista della società, per mettere in discussione che la nozione di classe possa ancora essere significativa, o quando si parla di post-modernismo per indicare la crisi della modernità): dunque dicendo post-verità è la nozione stessa di verità che viene messa in discussione, come poco o per nulla rilevante nella sfera della comunicazione politica e della formazione dell'opinione pubblica.

Il termine post-verità si coniuga soprattutto con il termine "politica", dove la "politica del post-verità" (post-truth politics) sta ad indicare una concezione della politica in cui il dibattito è delineato in gran parte da appelli alle emozioni della gente, artatamente sollecitate da pseudo notizie o da opinioni personali espresse senza collegamento con i dati di fatto riguardanti le questioni socio-economiche di cui si tratta; la politica del post-verità si alimenta quindi attraverso il ricorso ad affermazioni non argomentate e costantemente ripetute a dispetto di confutazioni parziali o totali basate su dati di fatto . Dunque una politica del post-verità lascia poco spazio alla "argomentazione" intesa come qualità del discorso basata su strumenti logici ed informazioni verificate (o verificabili), condotta con sufficiente "onestà intellettuale", rifuggendo da omissioni e manipolazioni delle notizie.

Si potrebbe osservare come l'uso di spacciare per autentiche ed inconfutabili affermazioni in grado di influenzare a proprio vantaggio una parte ampia dell'opinione pubblica o di far ricorso a forme di discorso capaci di creare turbamenti o eccitazioni sia da sempre esistito. La storia delle forme di propaganda politica è piena di esempi in tal senso, particolarmente (ma non solo) riguardo ai regimi totalitari 1. Non mancano allora opinionisti che sottolineano come superfluo il ricorso al termine post-verità e giudicano eccessive le preoccupazioni sul negativo impatto che la manipolazione delle notizie avrebbero sulla democrazia.

Tuttavia, secondo molti analisti, ciò che maggiormente proietta l'uso del termine post-verità nel contesto attuale (significativamente connotato come "era della post-verità") è l'uso pervasivo dei social network assieme alla diffusione (quale che ne sia la ragione ed il colore politico) di strategie di acquisizione del consenso basate su discorsi di natura populista (soprattutto a fronte dei problemi complessi posti dalla globalizzazione) 2.

Si hanno oggi a disposizione fonti di informazioni in una quantità così ampia che in qualche modo induce le persone a strutturare il loro consumo dei media in base alle loro personali opinioni, i loro pregiudizi  e le loro rappresentazioni della realtà; si tratta per lo più di un consumo rapido, basato su documenti stringati (come avviene emblematicamente con Twitter) che lasciano ben poco spazio alle argomentazioni, ma dove le notizie (vere o false che siano) capaci di suscitare turbamenti ed eccitazioni hanno spesso (anche grazie all'utilizzo di specifiche tecniche 3) una diffusione virale nella cybersfera.

I leader populisti si sarebbero dimostrati particolarmente abili nel favorire un siffatto consumo dei social media stante la loro tendenza a contrastare gli avversari politici per mezzo di notizie fasulle corredate da facili slogan costantemente ripetuti. Si sfrutta l'impossibilità pratica di mettere sotto analisi le false notizie (fake) attraverso procedure rapide e pervasive di fact checking (come quelle su cui Facebook ha promesso di investire 4) stante la mole di affermazioni prodotte e la celerità con cui i social network le fanno circolare.

Alcuni autori utilizzano (in modo restrittivo, ma maggiormente connotante) il termine post-verità per indicare la pratica della diffusione deliberata - attraverso qualsiasi forma di media - di "balle" capaci di far presa su grandi pubblici. Un'analisi in tal senso è quella svolta dal filosofo americano Harry G. Frankfurt che distingue tra il bugiardo ed il fabbricatore di balle: mentre il primo conosce la verità e si preoccupa di nasconderla o di alterarla, il secondo non è per nulla interessato dal fatto che quello che dice sia vero o falso, ma si cura unicamente di influenzare in una data direzione coloro che lo ascoltano, cercando di cogliere ciò che la gente vuole sentirsi dire, sfruttando congiuntamente la veemenza ed aggressività del messaggio, e la possibilità di sua trasmissione virale 5.

Le conseguenze sulla reputazione delle persone, sulla manipolazione della opinione pubblica e, più in generale, sulla vita sociale possono essere molto negative.
Secondo alcuni analisti siamo arrivati ad una situazione in cui si deve scegliere se di debba lasciare Internet così com'è oggi, accettando come naturale la proliferazione della politica del post-verità, oppure se si debbano invece imporre regole capaci di introdurre forme di checks and balances nella comunicazione in rete 6.

La proposta di regolamentazione viene contrastata da chi teme che, assieme alla lotta contro la diffusione delle bufale sul web, passino forme di censura del diritto di manifestare il proprio pensiero. Altri autori osservano che ciò che deve passare - specie attraverso la scuola -  è una maggiore educazione ad informarsi attraverso la rete: una capacità che può essere vista come parte integrante della alfabetizzazione informatica 7.

Se, com'è corretto, per alfabetizzazione informatica si intende la capacità di utilizzo dei nuovi media, che dà la possibilità di partecipare in modo attivo ad una società sempre più digitalizzata, diventa evidente che non si tratta solo di acquisire abilità di utilizzo di strumenti ed applicazioni resi disponibili dall'Information and Communication Technology, ma anche valersi in modo corretto del patrimonio informativo disponibile in rete (patrimonio che si è andato ampliando nella prospettiva sociale della conoscenza come "bene comune") stante il fatto che la capacità di navigare nel web richiede di sapere con chiarezza cosa si vuole trovare e saper valutare criticamente l'attendibilità e la significatività delle fonti (evitando di contribuire alla circolazione incontrollata delle "bufale").

È facile rendersi conto di come tutto ciò venga penalizzato innanzi tutto dall'assenza di una diffusa cultura del dato 8 e come il fenomeno della post-verità tenda a peggiorare la situazione. In un siffatto contesto - segnato da una mancanza di attenzione ai dati di fatto che rende possibile ogni affermazione - anche i movimenti sociali a favore dell'open data 9 (sorti in coerenza con il principio della libera disponibilità online dei contenuti in formato digitale) rischiano di avere scarsa incidenza.

Ci aiutano a valutare criticamente l'attendibilità e la significatività delle fonti i siti di fact checking che fortunatamente stanno crescendo nella rete proprio come risposta alla politica del post-verità 10; ma, più in generale, si deve poter contare sulla capacità delle persone di valutare la reputazione dei siti che mirano a fare informazione 11; una reputazione che dipende non solo dalla autorevolezza di chi mette a disposizione specifici contenuti, ma anche (e forse soprattutto) dal pluralismo delle voci, dall'atteggiamento critico degli autori e dalle procedure di verifica adottate.

Il tema della reputazione dei siti è molto ampio e dibattuto. Si è voluto sottolineare criticamente (come ha fatto ad es. Andrew Keen 12) che con internet il confine tra esperti ben preparati e amatoriali disinformati è diventato pericolosamente sfocato, stante la possibilità che tutti hanno di scrivere in rete senza la presenza di standard professionali o di filtri editoriali 13. Una simile tesi "elitista" (che fa appello nella sfera del sapere ad un principio di autorità) si muove nella direzione opposta ad un assunto incline a riconoscere la produttività del confronto ampio ed onesto tra posizioni di pensiero diverse ed il valore dell' open knowledge; una tesi - quella elitisa - che, al di fuori di specifici campi, non  pare essere la più idonea (stanti i tanti esempi che ci vengono dalla storia) a contrastare il fenomeno della post-verità.

 

 

1 L'esempio forse più radicale di politica del post-verità è quello descritto da Giorge Orwell in 1984 sia ove s'immagina la presenza di un Ministero della Verità incaricato della propaganda e del sistematico revisionismo della Storia, sia ove si illustra l'adozione di una neo-lingua capace di neutralizzare la formulazione stessa di pensieri alternativi.

2 Per populismo si intende qui un discorso politico che muove da una banalizzazione della complessità dei problemi e cerca di guadagnare consenso facendo arrivare al "popolo" messaggi facili da comprendere, che fanno leva su slogan capaci di evocare timori e provocare indignazione verso la "vecchia politica", l'establishment, ecc.

3 Vedasi sul glossario presente nel portale Marcoaurelio la voce "Marketing virale"

4 Nella consapevolezza di come la circolazione di notizie false e artatamente manipolate -  in un contesto come quello statunitense  in cui i social network stanno diventando il principale veicolo di informazione per gli elettori - costituisca un grave pericolo per la democrazia - Facebook ha deciso nell'autunno 2016 di impegnarsi in programmi di fact-checking per limitare la circolazione on line di "bufale" costruite ai fini della propaganda politica.

5 H. G. Frankfurt,"On Bullshit.", The Importance of What We Care About: Philosophical Essays. Cambridge: Cambridge University Press, 1988. Traduzione italiana, Stronzate. Un saggio filosofico, Rizzoli, 2005,

6 Si muove in questa direzione la recente presa di posizione del presidente dell'antitrust Giovanni Pitruzzella,  che in una intervista al Financial Times pubblicata il 30 dicembre 2016, ha proposto (forse senza approfondire la fattibilità) che i Paesi dell'Unione Europea si dotino di  una rete di agenzie pubbliche, per combattere la diffusione di bufale sparse ad arte sul web.

7 Si veda nel glossario presente sul portale Marcoaurelio la voce "digital literacy"

8 Il termine "cultura del dato" si riferisce in senso stretto alla capacità di fruire di dati e statistiche disponibili considerati come una risorsa per avere informazioni attendibili e per prendere decisioni. Si veda nel glossario presente sul portale Marcoaurelio la voce "cultura del dato"

9 Si veda nel glossario presente sul portale Marcoaurelio la voce "open data"

10 È interessante per conoscere il funzionamento del fact checking consultare il sito "Pensiero Critico. EU-  Concetti, Metodi e Strumenti per difendersi dalla manipolazione mediatica" . Un esempio di sito di fact checking applicato alla realtà politica italiana è dato da "Pagella politica"

11 E' significativa la proposta, avanzata dalla Fondazione Veronesi, di arrivare ad un bollino di qualità per i siti che si occupano di salute.

12 Vedasi A. Keen, The Cult of the Amateur, 2007

13 Anche Wikipedia è stata citata come esempio negativo di quanto viene prodotto da persone prive di titoli accademici, ignorando tuttavia le modalità attraverso le quali tale enciclopedia aperta, gestita da editori volontari, si sforza attivamente di garantirne l'attendibilità


Autore: Lauro Mattalucci



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