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Maggiorazione dell’imposta di pubblicità: illegittima dal 2013

Data: 22 mag 2018


Il Dipartimento delle Finanze, Direzione legislazione tributaria e Federalismo fiscale, con la risoluzione n. 2/DF, chiarisce gli effetti della sentenza della Corte Costituzionale relativa alla maggiorazione dell’imposta comunale sulla pubblicità e del diritto sulle pubbliche affissioni. Tale incremento del tributo, previsto dall’art.11 della L. n. 449/1997, è illegittimo a partire dal 2013, anche per quei Comuni che lo avessero confermato implicitamente, prorogando le tariffe dell’anno precedente.

 

Dal 2013 i Comuni potevano legittimamente richiedere unicamente l’imposta comunale sulla pubblicità e del diritto sulle pubbliche affissioni (ICPDPA) di cui al capo I del D. Lgs. 15 novembre 1993, n. 507, al netto della maggiorazione prevista dall’art. 11 della L. n. 449/1997.
E' questa la conclusione alla quale giunge il Dipartimento delle Finanze, Direzione legislazione tributaria e Federalismo fiscale, con la risoluzione 2/DF del 14 maggio scorso.

L’art. 11 della L. n. 449/1997, al comma 10, prevedeva “le tariffe e i diritti di cui al capo I del decreto legislativo 15 novembre 1993, n. 507, e successive modificazioni, possono essere aumentati dagli enti locali fino ad un massimo del 20 per cento a decorrere dal 1° gennaio 1998 e fino a un massimo del 50 per cento a decorrere dal 1° gennaio 2000 per le superfici superiori al metro quadrato, e le frazioni di esso si arrotondano al mezzo metro quadrato”.

Tale disposizione, però, è stata abrogata ad opera dell’art. 23, comma 7 del D. L. n. 83/ 2012 e, pertanto, l’applicazione della maggiorazione cessa di essere legittima dall’anno successivo e non è fatta salva nemmeno dall’eventuale conferma tacita delle aliquote in vigore.

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 15 del 10 gennaio 2018, ha chiarito che la previsione dell’articolo 23 del D.L. n. 83/2012 fosse di carattere meramente interpretativo, cioè tesa a chiarire il senso di norme precedenti, senza creare alcuna ingiustificata disparità di trattamento tra gli enti.
E’ vero che l’art. 1, comma 739, della legge 28 dicembre 2015, n. 208, ha affermato che l’eliminazione della facoltà dei Comuni di aumentare le tariffe dell'imposta comunale sulla pubblicità, andava interpretata nel senso che l'abrogazione non avesse effetto per i Comuni che si erano già avvalsi di tale facoltà prima della data di entrata  in  vigore dell’articolo 23, comma 7, del decreto-legge n. 83 del 2012.
La Corte Costituzionale, però, ha negato che questa norma fosse finalizzata a non estendere a tutti i Comuni l’efficacia dell’abrogazione della maggiorazione, consentendone il mantenimento a quegli enti che ne avevano deliberato l’introduzione prima del 26 giugno 2012.
Secondo il giudice delle leggi non viene creato un doppio diverso regime giuridico, in forza del quale si sarebbe determinata una disparità a vantaggio dei Comuni che si erano avvalsi della facoltà di aumentare l'imposta prima della data di entrata in vigore del D.L. n. 83/2012 e non per gli altri Comuni.
La Corte ha ritenuto che il comma 739 dell’art. 1 della L. 208/2015 salvava la maggiorazione fino al 2013, non oltre tale data.

Essendo stata abrogata la norma che consentiva di apportare maggiorazioni all’imposta, anche gli atti di proroga tacita sono divenuti illegittimi, poiché non poteva essere protratta una maggiorazione non più esistente.
Il giudice delle leggi ha negato che l’art. 1, comma 739, della legge n. 208/2015, avesse la funzione di ripristinare retroattivamente la potestà di applicare maggiorazioni alle tariffe per i Comuni che, alla data del 26 giugno del 2012, avessero già deliberato in tal senso.
La disposizione, invece, si limita a precisare la salvezza degli aumenti deliberati al 26 giugno 2012, tenuto conto, tra l’altro, che a tale data agli enti locali era stata nuovamente attribuita la facoltà di deliberare le maggiorazioni.
L’abrogazione disposta dal D.L. n. 83/2012, ha indicato nel 26 giugno 2012 il termine ultimo per la validità delle maggiorazioni disposte per quell’anno d’imposta.
Nel comma 739, invece, non è rinvenibile un’autorizzazione ai Comuni a confermare o prorogare, in forma tacita o esplicita, oltre il 2012, le tariffe maggiorate.
Dal 2013 è, praticamente, sancito il ritorno, alla tariffa al netto della maggiorazione, non essendo legittima la conferma, esplicita o tacita, di quelle maggiorate, come aveva già sancito la sentenza del Consiglio di Stato, sezione quinta, 22 dicembre 2014, n. 6201, in riferimento all’art. 23, comma 7, del D.L. n. 83/2012, ritenendo che anche il potere di conferma, tacita o esplicita, poiché espressione di potere deliberativo, debba tener conto della legislazione vigente.

Nella risoluzione 2/DF si evidenzia come la pronuncia della Corte Costituzionale abbia chiarito che gli effetti dell’abrogazione voluta dall’art. 23 del D. L. n. 83/2012 si producono a far data dal 26 giugno 2012 e che solo fino a tale data l’applicazione della maggiorazione dell’imposta era legittima. Non è stato, invece, introdotto alcun doppio regine impositivo né sono state create ingiustificate disparità di trattamento.
Una delibera esplicita, approvativa o confermativa delle maggiorazioni in questione, adottata entro il 26 giugno 2012, legittimava la richiesta di pagamento delle stesse da parte dell’ente locale, mentre, invece, una delibera emessa in data successiva era illegittima, essendo venuta meno – a seguito dell’intervento abrogativo disposto dall’art. 23, comma 7 del D. L. n. 83 del 2012 – la norma di cui all’art. 11, comma 10 della legge n. 449 del 1997, attributiva del potere di disporre gli aumenti tariffari.
“Le stesse considerazioni – scrive il Dipartimento - devono estendersi anche al caso di proroga tacita delle tariffe, posto che per l’anno 2012 il termine ultimo di approvazione del bilancio di previsione era stato prorogato al 31 ottobre 2012; per cui solo se il bilancio fosse stato approvato entro il 26 giugno 2012, il Comune poteva legittimamente richiedere il pagamento delle maggiorazioni”.

Le eventuali richieste di rimborso, nei confronti dei Comuni che hanno applicato illegittimamente la maggiorazione, vanno presentate entro il termine di cinque anni dal giorno del versamento. I Comuni, verificata la legittimità della richiesta, hanno centoottanta giorni per provvedere. Contro l’eventuale rigetto dell’istanza di rimborso, esplicito o tacito, è proponibile ricorso di fronte alle Commissioni Tributarie.

Luciano Catania




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