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Perché parliamo di Comunità di Pratica

Data: 25 ott 2013

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Il concetto di "Comunità di Pratica" (CdP) ( o "Comunità di Pratiche", come talvolta anche si preferisce dire) ha visto una diffusione crescente dentro e fuori il mondo degli studi organizzativi per identificare i processi di apprendimento che avvengono nell’ambito di gruppi di persone che operano assieme.
Parallelamente all’ampia diffusione del termine, si è palesata l’esigenza di chiarificazione del concetto che, per il fatto di potersi riferire a realtà sociali molto diverse tra loro, appare per certi versi, prigioniero di una debole capacità denotativa. La connotazione concettuale che oggi viene più frequentemente utilizzata è quella proposta da E. Wenger (2004):
“Communities of practice are groups of people who share a passion for something that they know how to do, and who interact regularly in order to learn how to do it better 1.”
Tale definizione chiama in causa tre componenti costitutive, il “dominio”, la “comunità”, la “pratica” (Wenger, 2004).

Dominio. L’area di conoscenza che tiene assieme la comunità, gli conferisce identità e definisce i temi chiave che i membri debbono sviluppare. Una CdP non è solo un network di persone; essa riguarda uno determinato contenuto professionale. La sua identità non è definita solo da un compito specifico (task) da svolgere ma da un’area di conoscenza che deve essere esplorata e sviluppata.

Comunità. Riguarda il gruppo di persone per le quali il dominio è rilevante, la qualità delle relazioni tra i membri e la definizione dei confini tra il dentro e il fuori. Una CdP non è solo un aggregato sociale che si costruisce ad. es. attorno ad un sito web o una rivista; essa coinvolge persone che interagiscono e apprendono insieme, sviluppando un senso di appartenenza e mutuo impegno che le rendono capaci di affrontare i problemi e di condividere le conoscenze.

Pratica. Il corpo di conoscenze, metodi, strumenti, storie, oggetti, documenti che i membri condividono e sviluppano assieme. Una CdP non è solo una comunità di interesse. Essa raggruppa professionisti (practitioners) che sono coinvolti nel “fare” qualcosa. In questo senso il termine “pratica” fa riferimento non solo a un prodotto collettivo, ma anche a modalità di “fare” definite socialmente, a uno stile di pensiero e di comportamento, a valori comuni. Con il tempo i practitioner accumulano una conoscenza pratica nel loro dominio, che fa la differenza nella loro abilità ad agire come individui o come collettività.

La combinazione di dominio, comunità e pratica è ciò che abilita le CdP a gestire il proprio know-how. Il dominio determina una comune focalizzazione tematica; la comunità costruisce le relazioni che abilitano l'apprendimento collettivo, la pratica ancora l'apprendimento alle attività che le persone svolgono. L'intenzione di far crescere le CdP richiede di porre attenzione a tutti i tre elementi.

Riguardata come specifico sistema sociale una CdP presuppone

  • l'esistenza di un impegno reciproco tra i membri, i quali si sentono legati da una comune identità e da rapporti di fiducia, intrattengono relazioni e lavorano insieme, in modi sempre diversi, per il mantenimento della comunità stessa;
  • la realizzazione di una intrapresa comune, ovvero una responsabilità condivisa dei problemi e delle prospettive, nonché una negoziazione delle attività tra i membri;
  • la presenza di un repertorio condiviso di risorse cognitive e valoriali fatto di artefatti, strumenti, routine, storie, linguaggi, azioni, credenze e valori che rappresentano la memoria storica della comunità.

La struttura di una CdP vede solitamente la presenza di un nucleo centrale, fatto di persone che manifestano un forte impegno reciproco in rapporto alla impresa comune da svolgere e che contribuiscono maggiormente al "senso della comunità". Sul versante opposto abbiamo ruoli "periferici" (quali quelli dei neofiti) che raggiungono progressivamente maggiori livelli di integrazione nella comunità attraverso una partecipazione alle pratiche: si parla a questo riguardo di "partecipazione periferica legittimata", connotandola come processo di apprendimento non solo tecnico ma anche sociale 2.

E. Wenger ha formulato una "teoria sociale dell’apprendimento", che parte da quattro elementi di base 3:

  • l’apprendimento è un’esperienza profondamente calata nel nostro essere sociale: non si impara nel vuoto, bensì all’interno di una fitta trama di relazioni sociali;
  • la conoscenza è competenza rispetto a obiettivi di cui è riconosciuto il valore: non esiste conoscenza senza un contesto di azione;
  • la conoscenza è intimamente legata alla partecipazione e a un impegno attivo del singolo rispetto a pratiche che caratterizzano l’identità di una comunità;
  • l’apprendimento è, in ultima istanza, la capacità di produrre significato, ovvero l’abilità di fare esperienza del mondo dando ad esso un senso.

Ci si avvicina in questo modo a categorie concettuali come quella di "sapere pratico" o "sapere in azione" che vengono utilizzati anche nell'ambito di pratiche manageriali basate sulla "gestione per competenze". Si afferma allora che la competenza non risiede nelle risorse (conoscenze, abilità...) da mobilitare né è data dalla loro "somma", ma nell’atto stesso di mobilitazione/combinazione delle risorse che permette di realizzare una performance, raggiungere un risultato.... in questo senso significa saper mobilitare risorse, combinandole in modo originale ed efficace in un contesto dato" 4.
La attenzione posta ai processi di apprendimento che si producono attraverso la prassi lavorativa colloca il tema dello sviluppo delle CdP tra gli aspetti centrali che si individuano nelle politiche aziendali di Knowledge Management. Proprio il crescente interesse delle organizzazioni a mettere in valore la conoscenza e le competenze che si sviluppano al loro interno spiega il crescente interesse per il tema della CdP. Parliamo a questo riguardo di piani e programmi che si propongono di collegare il KM allo sviluppo ed alla messa in valore del sapere prodotto dalle "comunità di pratica" (CdP) 5.

La diffusione del termine CdP al di fuori della teoria dell'apprendimento situato e delle prassi di KM ha comportato un suo non sempre corretto utilizzo (almeno nel senso dianzi precisato). Si assiste, in particolari nei progetti formativi, a situazioni in cui si utilizzano espressioni del tipo: "Questo progetto formativo utilizza un approccio metodologico basato sulle CdP". In tal modo si passa disinvoltamente sopra al fatto che le CdP nascono nel cuore della prassi lavorativa (e non nelle aule didattiche) e si sviluppano attraverso processi di comunicazione informali ed autogestiti, spesso nelle pieghe della organizzazione formale (se non in opposizione ad essa).
Nel caso di progetti formativi è preferibile parlare di "Comunità di Apprendimento" (CdA), intendendo con tale espressione un gruppo di persone che si trovano ad essere impegnate in uno stesso progetto formativo incentrato su metodiche di apprendimento esperienziale e collaborativo: Tali persone ( i learner) possono interagire tra loro in uno o più setting formativi (aula, piattaforma web, ecc) e possono acquisire nello svolgimento del percorso formativo il senso di essere una comunità. Tuttavia una comunità di apprendimento usualmente cessa di esistere con la fine del progetto formativo, a meno che vengano adottate specifiche strategie per tenerle in vita Solo in questo modo, eventualmente, esse possono trasformarsi in una CdP.
La trasformazione di CdA in CdP costituisce un modo per radicare i guadagni formativi all'interno di una organizzazione, ponendo le basi per un loro ulteriore sviluppo. E' questa una delle vie per mettere in valore gli investimenti formativi (Mattalucci, Sarati, 2006).

Bibliografia e sitografia

Wenger E. (2004), "Intro to communities of practice"
Wenger E. (2004) “Knowledge management is a doughnut: shaping your knowledge strategy with communities of practice”, Ivey Business Journal, January/February
Wenger E., (2006), Comunità di pratica. Apprendimento, significato e identità, Milano, Cortina
Mattalucci, L., Sarati, E., (2006), “Oltre la formazione apparente: dalle comunità di apprendimento alle comunità di pratica”, Sociologia del lavoro, 103: 205-228.


1 “Le comunità di pratica sono gruppi di persone che condividono la passione per qualcosa che essi sanno e sanno fare, e che interagiscono in modo continuo tra loro per apprendere come farlo meglio”

2 A questo riguardo si può parlare di un processo di "socializzazione" attraverso il quale si diventa membri della comunità e si condivide il sense of community. Vedasi anche nel glossario presente sul portale Marcaurelio la voce "Senso di comunità"

3 Il contributo di Wenger alla teoria dell'apprendimento si inserisce nel filone di studio riguardante il c.d. "apprendimento situato". Vedasi nel glossario presente sul portale Marcaurelio la voce "Apprendimento situato"

4 Vedasi Le Boterf, G, (1995), De la compétence, essai sur un attracteur étrange, Paris, Editions d'organisations

5 Sul portale Marcoaurelio si possono reperire due articoli dedicati alla pratica del Knowledge Management. Sul tema delle CdP si veda soprattutto "La pratica del Knowledge Management - seconda parte"


Autore: Lauro Mattalucci



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