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Valutare le politiche finalizzate alla eguaglianza di genere

Data: 26 mag 2014

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Il Dipartimento per le Pari Opportunità esiste in Italia dal 1997. Nel 2006 è stato approvato il così detto Codice delle pari opportunità tra uomo e donna (d.lgs. 198/2006) che stabilisce il divieto di discriminazione tra uomo e donna e che istituisce una serie di organismi per la definizione, il coordinamento, l'attuazione e il monitoraggio di politiche finalizzate alla parità di genere:

  • la Commissione per le pari opportunità fra uomo e donna;
  • il Comitato nazionale per l’attuazione dei principi di parità di trattamento ed uguaglianza di opportunità tra lavoratori e lavoratrici;
  • il Collegio per l’istruzione degli atti relativi alla individuazione e alla rimozione delle discriminanti;
  • il Comitato per l’imprenditoria femminile.

Per avere un quadro delle sollecitazioni normative presenti nel nostro Paese in favore delle parità di genere andrebbero inoltre menzionati anche le direttive emanate dal Parlamento Europeo e dal Consiglio (Direttiva n. 73/2002, Direttiva n. 54/2006, ecc) che toccano tale materia.
Generalmente si riconosce come - anche in virtù di tutto ciò - si sia affermata una maggiore partecipazione delle donne al mondo produttivo e vi sia una sempre maggiore consapevolezza di come la parità sia un elemento necessario per la valorizzazione di tutte le risorse umane, viste come fattore di crescita civile ed economica.
Eppure se si guardano i dati del Global Gender Gap Report pubblicato annualmente a cura del World Economic Forum si rimane inevitabilmente delusi. Consultando il report del 2013 si deve constatare come, nella classifica stabilita in termini di gender gap a livello mondiale (considerando ben 136 paesi) l'Italia occupi solamente il 71-esimo posto, dopo paesi come Cina, Sri Lanka, Tailandia e Tanzania; mentre sono i paesi del Nord Europa in cima alla classifica 1 . Come tutte le statistiche anche quelle sul gender gap vanno lette con attenzione: la metodologia adottata per il calcolo del Global Gender Gap Index (GGGI) considera, per ciascuna variabile presa in esame, i differenziali e non i livelli assoluti (così ad esempio è indubbio che le lavoratrici italiane guadagnano più di quelle dei paesi sopra menzionati, ma il report - dovendo fotografare il gender gap - considera lo scarto di reddito di lavoro tra uomini e donne all'interno del proprio paese! D'altro lato, anche se nella classifica del Word Economic Forum consideriamo solo i paesi dell'UE, troviamo che l'Italia figura al 23-esimo posto (su 28 paesi), e se consideriamo solo il gruppo delle nazioni con maggior reddito pro-capite, il nostro paese è al 33-esimo posto su 48 paesi. Le cose non vanno molto meglio per l'Italia paese neppure se si prendono in esame altre statistiche internazionali disponibili 2 .
Come si spiega lo iato che pare manifestarsi tra opzioni, programmi e risorse impiegate in favore della parità e le statistiche sul gender gap? La risposta è tutt'altro che semplice, ma nel nostro paese non pare esservi una "cultura del dato" 3 favorevole ad approfondire la questione: alla uscita annuale del Global Gender Gap Report alcuni opinionisti gridano allo scandalo e accusano la politica, altri mettono in dubbio la significatività dei dati .… Dopo una settimana nessuno ne parla più.

Si può certamente affermare che la statistica in questione prende in esame un numero di variabili ancora limitato; tuttavia in Italia non manca certo la possibilità di avere statistiche più analitiche. L'Istat rileva in modo sistematico dati sulle questioni di genere e cura pubblicazioni al riguardo 4 ; a partire dai dati Istat molte sono le dimensioni delle questioni di genere che possono essere approfondite 5 . Isfol ha proposto un Indice di Sensibilità di Genere (ISG) composto da due macroindicatori aggregati: IREG- Indice Regionale di equità di genere e ISGP- Indice di sensibilità di genere delle politiche 6 . Vi sono inoltre interessanti indici comparativi tra i paesi dell'UE forniti da Eurostat 7 . Esistono (o dovrebbero esistere) informazioni ottenute aggregando dati derivanti da strumenti di valutazione che sono stati introdotti per un assessment di piani e programmi volti alla parità di genere promossi dalla Pubblica Amministrazione 8 .
Sembra dunque possibile arrivare ad adottare in Italia strumenti per tentare di monitorare in modo sistematico gli andamenti statistici (senza l'ossessione delle classifiche 9 ) e gli esiti delle azioni intraprese nell'ambito della politiche di genere, rendendo il tutto trasparente per la opinione pubblica. I ritardi in tal senso tanto più stupiscono in quanto tutti sembrano riconoscere il rapporto intercorrente tra questioni di genere e sviluppo economico.

Pesano come fattore di ritardo - al di là delle remore legate ad una debole cultura del dato ed alla limitata diffusione che hanno ancora nel nostro paese le metodiche di policy evaluation - la indubbia complessità del tema: non è infatti semplice arrivare a tracciare un bilancio delle politiche finalizzate alla eguaglianza di genere sia per l'ampiezza, la varietà e la trasversalità delle politiche (i soggetti femminili ai quali le politiche sono indirizzate non costituiscono affatto un gruppo omogeneo 10 ), sia per le caratteristiche eterogenee che il mercato del lavoro e la struttura occupazionale presentano in Italia nei diversi settori professionali e nelle diverse aree geografiche, e ancor più per l'impatto della crisi economica che tende a rimettere costantemente in discussione l'occupazione, i modelli di welfare e finanche i diritti acquisiti, e per la nota e diffusa persistenza di habitus e stereotipi culturali difficili da superare 11 che funzionano da pesanti ostacoli ai processi di cambiamento: tutti fattori che rendono incerto (o quanto meno assai differito nel tempo) il rapporto tra azioni intraprese e risultati conseguiti.
Ma la difficoltà nel tracciare un bilancio complessivo dipende anche verosimilmente dalle incertezze e dai dissensi riguardanti il quadro concettuale adottato per definire le politiche di genere, a cominciare dal significato stesso che può essere attribuito alla gender equality 12 . Anche il quadro teorico e le pratiche legate all'approccio del gender mainstreaming 13 . (approccio ampiamente diffuso, promosso dalla UE 14 , inteso a superare la frammentazione e la separatezza che possono avere le varie iniziative "collocando il genere nelle politiche") non sono esenti da giudizi contrastanti 15 . Il tema è molto ampio e converrà ritornarci in un altro articolo.

Le difficoltà accennate - che sono allo stesso tempo concettuali e inerenti la prassi - non possono ovviamente far accantonare il tema dell'assessment dei risultati connessi alla politiche di genere. Già sarebbe positivo dar seguito alle proposte sulla valutazione dell'impatto equitativo di genere nella gestione dei Fondi Strutturali 16 visto la scarsa efficacia con cui tali fondi sono stati spesso gestiti che nel nostro paese, a cominciare da una eccessiva attivazione di progetti incentrati esclusivamente su attività formative destinate a non avere effettive ricadute.
Altrettanto rilevante sarebbe la redazione del "bilancio di genere" nella PA, uno strumento diffuso a livello internazionale, già sperimentato in alcuni enti territoriali 17 , oggetto di una direttiva emanata il 23 maggio 2007 dal Ministero per le Riforme e l’Innovazione nella Pubblica Amministrazione e del Ministero per i Diritti e le Pari Opportunità, accolto anche nel d.lgs 150/2009. L'adozione di un bilancio di genere - secondo quanto si legge in un documento di fonte Dipartimento della Funzione Pubblica 18 - vale a:

  • sensibilizzare gli amministratori e la cittadinanza sulla questione di genere e sull’impatto diversificato delle politiche;
  • ridurre le disuguaglianze di genere attraverso una distribuzione più equa delle risorse;
  • migliorare efficacia, efficienza e trasparenza dell’azione amministrativa;
  • promuovere una lettura ed un’analisi della popolazione e delle diverse esigenze presenti nella comunità e di rispondere coerentemente ad esse;
  • sviluppare dati e statistiche gender sensitive;
  • rafforzare il principio di trasparenza e di partecipazione per quanto riguarda la gestione delle risorse collettive e le politiche pubbliche.

Si tratta - come sempre - di passare dalle enunciazioni alla implementazione di quanto previsto dal quadro normativo, anche in riferimento alle buone prassi esistenti in quest'area, senza tuttavia rimanere come spesso accade fermi alle sole sperimentazioni.


1 Vedasi la recensione del Global Gender Gap Report 2013 sul portale Marcoaurelio

2 Nella classifica del Social Watch Report 2012 l'Italia è al 62o posto su 168 paesi: Va detto che le cose vanno decisamente meglio nella classifica del Gender Inequality Index di UNDP: il report 2013 vede l'Italia al 25o posto su 186 paesi (anche se l'indice si basa su un numero di variabili inferiore rispetto al Global Gender Gap Index).

3 Si veda la definizione di "cultura del dato" nel glossario presente sul portale Marcoaurelio [http: inserire indirizzo della pagina web]

4 Vedasi ad es. M.C. Romano, L. Mencarini e M.L. Tanturri ( a cura di), Uso del tempo e ruoli di genere , ISTAT 2012

5 Vedasi Che genere di crisi? Dossier sulle condizioni di vita delle donne pubblicazione a cura della campagna pubblica Sbilanciamoci, uscita in occasione del 8 marzo 2013

6 Il report pubblicato nel marzo 2013 può essere scaricato dal sito pariopportunità.formez.it

7 I Gender equality indicators sono consultabili alla pagina epp.eurostat.ec.europa.eu

8 L'uso del condizionale sembra d'obbligo visto che in documenti di fonte governativa relativi a "Le valutazioni del FSE 2007-2013" leggiamo «Le pari opportunità e la non discriminazione emergono come temi “ombra”, poco considerati tra gli oggetti di tutte le valutazioni» e questo nonostante fosse stato adottato nella gestione dei Fondi Strutturali 2000-2006 una specifica metodologia di valutazione dell'impatto equitativo denominata V.I.S.P.O. (Valutazione Impatto Strategico Pari Opportunità)

9 E' noto come per monitorare processi complessi sia preferibile non affidarsi ad un unico indicatore ma ad un "cruscotto" fatto di una pluralità di indici, utile a fotografare il fenomeno da diverse angolature.

10 Si dovrebbe parlare, nell'area "genere e lavoro", di politiche per l'ingresso delle donne nel mercato del lavoro, la integrazione delle donne immigrate, il reinserimento lavorativo di chi ha perso il lavoro o di chi aveva smesso di lavorare per dedicarsi alla famiglia, l'imprenditorialità femminile, l'empowerment professionale, ecc; vi sono poi le politiche di conciliazione tra famiglia e lavoro, le politiche che promuovono la socializzazione e l'educazione in ottica genere; le politiche contro le varie forme di discriminazione ed altro ancora.

11 Citiamo gli stereotipi culturali che perpetuano i ruoli di genere, la iniqua ripartizione dei compiti di cura all'interno della famiglia, i contesti lavorativi orientati al maschile, ed altro ancora. Si tratta, com'è noto, di stereotipi che determino spesso fenomeni di autoesclusione negativa da parte delle donne.

12 In particolare sono i movimenti femministi a mettere in questione il significato (e la non neutralità) del concetto di gender equality. Vedasi M. Verloo, "Displacement and Empowerment: Reflections on the Council of Europe approach to gender mainstreaming and gender equality", Social Politics, 2005, 12 (3). Il documento è reperibile in rete al sito www.ru.nl ; vedasi anche M Verloo (a cura di) Multiple Meanings of Gender Equality A Critical Frame Analysis of Gender Policies in Europe, CEU Press, 2007

13 Vedasi la voce gender mainstreaming nel glossario sul portale Marcoaurelio

14 Vedasi il "Manuale per il gender mainstreaming, l'inclusione sociale e le politiche di protezione sociale" predisposto nel 2008 dal Directorate-General for Employment, Social Affairs and Equal Opportunities, Unit G1

15 Vedasi S. Walby, "Gender Mainstreaming: Productive Tensions in Theory and Practice", Social Politics, 2005 12 (3)

16 Si fa qui riferimento alla già accennata metodologia V.I.S.P.O. (Valutazione di Impatto Strategico Pari Opportunità) nata con l'obiettivo di valutare quali risultati la gestione dei Fondi Strutturali fosse in grado di produrre su quattro ambiti/obiettivi posti come strategici dalla Commissione europea:

  • miglioramento delle condizioni di vita delle donne;
  • miglioramento dell'accessibilità delle donne al mercato del lavoro ed alla formazione;
  • miglioramento della situazione lavorativa delle donne sul posto di lavoro e redistribuzione del lavoro di cura;
  • promozione della partecipazione delle donne alla creazione di attività socio-economiche.

Il documento "Attuazione del principio di pari opportunità per uomini e donne e valutazione dell’impatto equitativo di genere nella programmazione operativa Fondi strutturali 2000-2006" è reperibile in rete

17 Si veda G. Galizzi, Il bilancio di genere negli enti pubblici territoriali. Origini, strumenti e implicazioni aziendali, Milano, F. Angeli, 2012 ed anche  A. Genova, A. Vincenti, Bilancio sociale e bilancio di genere, Carocci editore, 2011

18 Vedasi il documento "Bilancio di genere Come redigere un bilancio sociale in ottica di genere". In appendice al documento sono indicate alcune esperienze di interesse per gli enti territoriali.


Autore: Lauro Mattalucci



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