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Viola la privacy l’affissione integrale dell’ordinanza di sequestro di un immobile


La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 14680/2018 ha preso in esame un caso che riveste particolare attualità in ragione della materia trattata: la contemperazione degli obblighi di trasparenza e pubblicità con il diritto alla riservatezza e alla tutela dei dati personali.

In particolare, la vicenda riguarda il caso di un immobile nel quale, nonostante una precedente inibizione, erano state effettuate opere edilizie che risultavano in contrasto con le norme urbanistiche. In conseguenza di ciò, l’immobile veniva posto a sequestro probatorio, successivamente convalidato e gli ufficiali di polizia giudiziaria, eseguendo l’ordine del Tribunale, provvedevano ad affiggere, sul cancello d’ingresso dell’immobile, la copia integrale dell’ordinanza impositiva, nella quale venivano riportati i dati identificativi del titolare del bene sequestrato.

L’affissione del provvedimento in forma integrale viene ritenuta dal proprietario dell’immobile lesiva dei propri interessi alla riservatezza e a seguito di una diffida riesce a ottenerne la rimozione e la sostituzione con altro avviso, senza alcun riferimento personale.

Successivamente l’interessato propone ricorso per ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale derivante dalla lesione subita, asserendo una esplicita violazione al codice della privacy.

L’Amministrazione che resiste in giudizio si difende asserendo la inapplicabilità nel procedimento penale della disciplina in materia di diritto alla privacy, nonché la conseguente irresponsabilità del dipendente pubblico che ha affisso l’ordinanza e, in prima istanza ottiene ragione.

La decisione viene sottoposta all’esame della Corte di Cassazione che si esprime con una decisione dalla costruzione interessante. La Corte rileva infatti che “il ricorrente contesta la decisione del giudice impugnato per non essersi pronunciato, neppure in forma implicita, sulla domanda di accertamento della legittimità e illiceità del comportamento tenuto dall’ufficiale giudiziario, nel diffondere i suoi dati personali”. Ma prosegue affermando che “la critica risulta mal proposta”. Il tribunale, infatti, ha affermato che l’ufficiale giudiziario si è comportato da “titolare del trattamento” dei dati personali, perché la delega dell’Autorità giudiziaria all’esecuzione del sequestro non comporta la divulgazione dei dati. Avendo, invece, provveduto alla loro diffusione, questi ha violato la normativa vigente in materia di privacy.

Peraltro, ribadisce la Corte, citando il Tribunale, “nella specie il P.M. non ha disposto né implicitamente, né esplicitamente che l’ufficiale giudiziario dovesse trattare i dati personali dell’indagato. Inoltre, la scelta volontaria (e non certo imputabile a colpa lieve) non sembra rispondere ad alcuna ratio, che non sia la semplice maggior comodità di esecuzione dell’atto. Ai fini dell’esecuzione dell’ordine del tribunale, quindi, non era necessario alcun trattamento di dati personali e l’agente non avrebbe certamente potuto prescindere dall’osservanza dell’art. 11 del decreto legislativo 196/2003, con riferimento alla c.d. essenzialità del trattamento.

La Corte, tuttavia, rigetta il ricorso proposto, non riconoscendo il diritto al risarcimento del danno, non perché disconosca le ragioni di quanto prima evidenziato, ma per ragioni diverse.

Si afferma nel provvedimento, infatti che il Tribunale aveva rigettato la richiesta risarcitoria avanzata dal ricorrente, osservando che questi si era limitato "a paventare di avere subito un discredito alla propria reputazione lavorativa dalla possibile visione, da parte di indeterminati terzi, dell'ordinanza integrale di sequestro del proprio immobile, nell'ambito del processo per presunti abusi edilizi". L'impugnante scrive in ricorso che "sin dall'atto introduttivo l'esponente aveva allegato i pregiudizi non patrimoniali derivatigli dall'illecito comportamento dei resistenti (disdoro del nome, addebito di reato in assenza del giudicato innanzi la pubblica opinione, ecc.)". Per queste ragioni, viene affermato nell’ordinanza, “deve allora riscontrarsi che, effettivamente, come ritenuto dalla Corte territoriale, i profili di pregiudizio prospettati appaiono generici e non verificabili”.

Certamente ci troviamo di fronte a una situazione paradossale in cui viene riconosciuta la lesione, ma non il risarcimento del danno subito, ma ciò delinea la convivenza di due livelli di violazione: il primo riguarda le norme in materia di privacy, mentre le seconde riguardano il risarcimento del danno subito dall’interessato.

Ciò conferma l’impianto normativo attuale che manifesta due diversi profili: quello della prevenzione, che si esplicita con il rispetto degli adempimenti e delle prescrizioni in materia di trattamento dei dati; quello della violazione della privacy, che ricorre solo nel caso in cui venga esplicitamente rivendicato.

Il primo profilo è di stretta competenza del Garante della privacy e può portare alla comminazione di sanzioni, indipendentemente dalla effettiva causazione di un danno o dalla sua rivendicazione che può essere contestata in sede giudiziale.

Santo Fabiano




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